Il lato notturno della musica

A novant’anni, Quirino Principe continua a incarnare l’immagine dell’intellettuale irregolare e inclassificabile, per il quale la musica è sempre stata un territorio del pensiero
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Conservatorio di Milano, anno 1994. Quirino Principe entra nelle aule della Biblioteca. Insegnava “Bibliografia musicale in lingua tedesca”. Per chi studia musicologia è indispensabile conoscere la letteratura musicologica scritta nell’idioma di Beethoven, Schumann e Mahler. Un territorio sterminato, che va letto nella lingua d’origine: allora, privi del supporto di ChatGPT, era necessario padroneggiarla. E da lì addentrarsi negli scritti di Wagner, Guido Adler e della gloriosa tradizione della Musikwissenschaft: era la convinzione di chi aveva fondato l’Indirizzo superiore di Musicologia, Guido Salvetti con Marco De Natale, negli anni in cui era direttore Marcello Abbado. Che goduria per chi, come chi scrive, ha avuto la fortuna di frequentarlo. Le lezioni di Quirino Principe, novant’anni il 19 novembre, erano diverse dalle altre. Una sola parola della lessicografia musicologica tedesca apriva le porte di infiniti approfondimenti che portavano altrove. Oltre la disciplina e i suoi statuti. Nelle sue ore la civilisation ˗ lo sguardo illuminista, positivista, irrorato dalla pratica musicale ˗ cedeva il passo alla Kultur, all’immersione culturale totalizzante. Il lato “notturno” del sapere, scherzò una volta Quirino, quello che non dimora alla luce del sole. Dove la musicologia e la filosofia si appoggiavano alla grande eredità letteraria, umanistica, filosofica, sapienziale. Alla tradizione dei classici. “Oltre al latino, non potete non conoscere il greco”: così Quirino invitò tutti gli studenti a frequentare fuori orario le sue lezioni di greco, regalandole ad allievi e allieve, sempre omaggiate col baciamano. Per non parlare di un altro invito a dir poco eccessivo: imparare a memoria il Faust di Goethe. Prove di resistenza che ˗ al di là di ogni ragionevolezza ˗ temprano e non si dimenticano: come un’iniziazione. Principe d’altra parte affascinava. In quello stesso anno, ad esempio, pubblicava il volume Ebrei e Mitteleuropa, faceva parte del Consiglio di amministrazione del Teatro alla Scala e firmava recensioni (non solo) librarie nelle pagine musicali del Domenicale del Sole 24 Ore, per molti anni agorà della musica come sapere e scienza, non solo performance e spettacolo.

Germanista, musicologo, traduttore, poeta, goriziano e milanese di adozione, si portava dietro la fama di traduttore delle opere di Ernst Jünger e di curatore della prima edizione di successo del Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien (aveva emendato la prima versione italiana e approntato la gloriosa edizione Rusconi, fiutandone valore e potenzialità: chissà che dispiacere per Garzanti, con cui aveva collaborato fino ad allora prima di andarsene sbattendo la porta). E già questo era stato un modo irregolare, orgogliosamente laterale, di abitare la società culturale italiana. Ma aveva anche scritto i due libri più belli su Mahler e su Richard Strauss. “Libri”, non monografie, tanto era minuziosa e nello stesso tempo vasta, culturalmente profonda, la ricostruzione dei mondi ˗ la Germania tra Otto e Novecento, l’Impero austroungarico in tutte le sue declinazioni, ovvero i suoi habitat naturali ˗ che li hanno generati. Quello su Mahler era un libro “contro Adorno”, la cui visione sul compositore era allora predominante: un grande libro “conservatore”, che riallacciava i legami della presenza mahleriana con la tradizione e l’eredità dell’Occidente. Adorno ˗ poi rivalutato come “inattuale” ˗ torna in controluce, nel volume sui Quartetti per archi di Beethoven; di nuovo una storia culturale che celebra la Tätigkeit, l’“attività” beethoveniana (contrapposta alla Tat, l’“azione” goethiana): una definizione che confina con “l’energia”, altra parola che al nostro festeggiato piace molto. Leggendo questi volumi sembra di sentire il suo eloquio magnetico, aristocratico, contrassegnato da una “r” pronunciata come una “v”, che lo rende così idiomatico da diventare “pop” in decine, centinaia di incontri, conferenze, convegni, partecipazioni e trasmissioni televisive e radiofoniche, oggi cliccatissime nel web e rilanciate dall’affollato gruppo Facebook creato dai suoi fan, i “Sostenitori di Quirino Principe”, a partire dalle Lecturae Dantis ˗ la Commedia canto per canto, commentata e detta a memoria ˗ che ancora oggi tiene alla libreria Jacabook di Milano.

Quirino non ha avuto allievi: troppo difficile seguire le sue orme. Ma solo ammiratori, nel senso di sedotti ma dispensati dall’emulazione. Lo confesso, lo sono. Sedotto, ma non abbandonato: concluse le lezioni, dai primi anni Duemila e per quasi due decenni ha collaborato al mensile “Classic Voice”. Ne sono nate decine, centinaia di articoli. In alcuni, quelli del Blog pubblicato ogni numero (e atteso ogni mese pericolosamente fino a poche ore prima di andare in stampa), ha raccontato l’attualità musicale contravvenendo alle regole del giornalismo professionista, ma “bucando” l’ultima pagina della rivista dove era collocato con polemiche che prendevano il via da tranche di vita vissuta e spunti narrativi: la distinzione tra musica “forte” e “debole” rimane negli annali e ci aiuta a capire perché la musica di Stockhausen o di Cage ha molto in comune con quella del lontano fiammingo Dufay. Altri ˗ i più lunghi e tematici, ricordo per esempio uno su Chopin che “volteggia sul baratro”, quello su “l’orrore di esistere” di E.T.A Hoffmann compositore o la serie “Musivisioni”: un dipinto e le sue evocazioni musicali ˗ sono stati in parte raccolti nel volumetto Musica eco di Lucifero. Da sempre avrebbe voluto intitolarne uno al suo sinistro beniamino, che campeggia nella copertina come dipinto da Franz von Stuck, ma nessun editore lo aveva mai accontentato. Quanto c’è di simbolico in questa devozione, esempio tra gli esempi dei disobbedienti che piacciono al nostro, e quanto di effettivo? “Alcuni astri sono più distinguibili, come investiti di potere dal Portatore di Luce, del quale la musica forte è l’eco”, chiarisce nella prefazione. Ad alcuni privilegiati ha donato i versi dedicati Ad Arimane, “Re delle cose, autor del mondo, arcana malvagità” che Giacomo Leopardi scrive nel 1833 e che Quirino ha pubblicato e commentato in una edizione limitata davvero preziosa, riproducendone il manoscritto. Ad altri ha mostrato le decine di taccuini in cui per anni ha trascritto a mano e “miniato” con cura calligrafica estrema pensieri, sintesi, excerpta filosofici e letterari che alimentano la sua sorprendente memoria. Poi ci sono ˗ per limitarsi alla sfera musicale ˗ oltre alle centinaia di saggi pubblicati in riviste accademiche, programmi di sala (tantissimi per la Scala, che sono stati raccolti in una pubblicazione LIM in uscita ndr), atti di convegno e miscellanee, il tomo sul Teatro d’opera tedesco (progetto compiuto solo per gli anni 1830-1918), Il Fantasma dell’Opera, il volume Musica che raccoglie soggetti pittorici e versi poetici che hanno come protagonista la musica, le più agili guide wagneriane (Lohengrin e Tannhäuser finora, usciti per Jacabook) dove mostra la sua bravura d’esegeta ma anche di traduttore dei libretti originali, fino alla tuttora attesa seconda edizione del libro su Strauss. E alle molte altre imprese che gli auguriamo di compiere: saremo lì, di nuovo, a lasciarci conquistare.

Andrea Estero
Direttore del mensile “Classic Voice”, editore della Libreria Musicale Italiana, Presidente dell’Associazione Nazionale Critici Musicali. Di recente ha pubblicato La cultura musicale degli italiani (Guerini) e condiretto l’Enciclopedia della musica contemporanea (Treccani).