Il coro più conteso

Usato, reinterpretato e strumentalizzato per oltre un secolo e mezzo, il “Va’ pensiero” è un contenitore mobile di significati, capace di adattarsi a contesti molto lontani tra loro. Eppure resta più forte di qualunque appropriazione
il coro più conteso

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All’inizio dello spot pubblicitario di una nota azienda di fornitura energetica vediamo sorgere il sole su un lago incontaminato. Quella luce va gradualmente a illuminare altre situazioni: la nascita di un bambino, un ragazzo che riprende a camminare dopo un incidente, un’anziana coppia che si ritrova, una madre orgogliosa davanti ai successi sportivi della figlia e infine un’astronauta che con sguardo grave ed emozionato guarda le luci della Terra da un oblò. Sessanta secondi di metafore punteggiate da sottotitoli un po’ didascalici (“la luce accoglie una nuova vita… la trovi in fondo al tunnel” eccetera). In sottofondo si sente il coro del “Va’ pensiero” tratto dal Nabucco di Giuseppe Verdi eseguito dalla JuniOrchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, sponsorizzata dalla stessa azienda energetica.

Quel coro, il canto struggente di un popolo esiliato tratto da un’opera lirica del 1842, ha fatto un lungo viaggio per arrivare a quello spot televisivo ed è stato soggetto a molte trasformazioni e appropriazioni che ne hanno anche travisato profondamente il senso originario. Il “Va’ pensiero” ha attraversato più di centottant’anni di gusto popolare grazie alla sua melodia immortale e alla duttilità delle allegorie che suggerisce.

Nei primissimi tempi, grazie al grande successo del Nabucco, il “Va’ pensiero” fu qualcosa di paragonabile a un tormentone pop di oggi: tutti, dai frequentatori dei teatri alla gente per le strade, ne apprezzavano la melodia commovente e la potenza corale. Col tempo è stata costruita una lettura patriottica che associava il popolo ebraico esule agli italiani schiacciati dalla dominazione austriaca. Solo dal 1848 in poi il “Va’ pensiero” è stato associato ai movimenti risorgimentali, ma era uno dei tanti inni e canzoni che venivano intonati durante le insurrezioni popolari. È solo con la morte di Giuseppe Verdi, nel 1901, che quel coro si fissa come emblema dell’eredità nazionale e della memoria risorgimentale. Un mese dopo i funerali solenni, il corpo di Verdi fu spostato nella cripta della Casa di riposo per musicisti fondata dallo stesso compositore. In quell’occasione, davanti a una folla di quasi trecentomila persone, Arturo Toscanini diresse il “Va’ pensiero”. Alcune fonti raccontano che ci vollero undici ore perché il corteo dal Cimitero Monumentale potesse raggiungere Piazza Buonarroti.

Da quel momento in poi il “Va’ pensiero” esce dal suo contesto puramente operistico per trasformarsi in un complesso e a volte contraddittorio dispositivo retorico. È interessante come, durante il ventennio fascista, quel coro, pur rimanendo popolare, fu tenuto un po’ in disparte. Un po’ per i suoi riferimenti all’esilio del popolo ebraico, ma soprattutto per il suo malinconico tono elegiaco. Il Nabucco continuava a essere amato ed eseguito nei teatri, ma veniva accortamente depoliticizzato: l’Italia fascista, con le sue ambizioni imperiali, non poteva identificarsi in un popolo sofferente, oppresso o sconfitto. Il regime manteneva forte l’idea di un Giuseppe Verdi grande talento italiano, ma preferiva appropriarsi dei suoi lavori più marziali: prima fra tutti la marcia trionfale dell’Aida. Durante le celebrazioni verdiane del 1941 il “Va’ pensiero” viene eseguito, ma all’interno di una cornice retorica controllata. Il coro perde la sua dimensione di lamento per essere assorbito in una generica, direi anodina, narrazione patriottica. È forse da quel momento che il “Va’ pensiero” diventa qualcosa di simile a un contenitore neutro, pronto cioè a essere caricato dei significati più diversi a seconda delle contingenze storiche. Ogni volta che qualcuno avrà bisogno di un “popolo” ˗ ferito, escluso, tradito ˗ può riempirlo con un contenuto diverso. Anche nei primi decenni dell’Italia repubblicana il “Va’ pensiero” continuerà a essere usato come simbolo “soft” e un po’ ingessato di un’unità nazionale più culturale che politica. Diventa insomma un monumento, forse anche un po’ polveroso.

Quando Ettore Scola usa il “Va’ pensiero” nel suo film del 1976 Brutti, sporchi e cattivi fa un’operazione consapevolmente iconoclasta: prende il coro più nobile della tradizione italiana e lo scaraventa in una baraccopoli della periferia romana più degradata, dimostrando così la trasformazione dell’inno verdiano in un dispositivo retorico che può essere agevolmente spostato anche dall’alto verso il basso.

Con gli anni Ottanta e Novanta il “Va’ pensiero” torna sorprendentemente a galla carico di significati nuovi. La spumeggiante televisione degli anni Ottanta comincia a riutilizzarlo come simbolo di un’italianità brillante e vagamente pop. Va’ pensiero era il titolo di un’innovativa e per molti versi pionieristica trasmissione televisiva a metà tra il rotocalco culturale e l’approfondimento giornalistico. Dal 1987 al 1989 Va’ pensiero fu ideata e condotta da Andrea Barbato e Oliviero Beha. La sigla della trasmissione era una rielaborazione pop del coro verdiano a opera di Peppe Vessicchio con varie facce note della tv che, con cuffie infilate in stile We Are the World, fingevano di intonare l’inno del Nabucco. Si andava da Alberto Moravia a Nicoletta Orsomando, dal trio Solenghi, Marchesini e Lopez a Gianni Minà.

Proprio mentre la tv intelligente degli anni Ottanta neutralizzava il “Va’ pensiero” trasformandolo in un giocoso inno alla libertà, appunto, di pensiero, altrove, nel profondo Nord, si stava già pensando di utilizzarlo diversamente. Umberto Bossi e la Lega Nord cominciavano ad adottarlo come canto identitario padano. Era una riappropriazione tanto significativa quanto ambigua: un coro nato quasi da subito come simbolo dell’unità nazionale veniva utilizzato da un movimento secessionista. Bossi lo propose anche come possibile nuovo inno nazionale, in alternativa all’inno di Mameli, ritenuto troppo legato a una retorica statale e militare. Il coro verdiano viene reinterpretato in chiave non più popolare ma populista come espressione di un popolo oppresso che viene disinvoltamente identificato con il Nord produttivo strangolato dalle tasse di Roma ladrona.

Quando, nel 1997, arriva Zucchero “Sugar” Fornaciari con la sua cover pop, parzialmente cantata in inglese, delle intenzioni originali del “Va’ pensiero” rimane solo lo scheletro melodico piegato a un pop in cui i concetti di popolare e populista si sovrappongono pericolosamente. Nel video, a cui partecipava un Gérard Depardieu ancora non caduto in disgrazia, vediamo una serie di stereotipate cartoline italiane e di untuosi richiami all’infanzia difficilmente digeribili da un pubblico di oggi.

La storia del “Va’ pensiero” non si esaurisce certo negli usi più o meno strumentali o trash che ne sono stati fatti: la sua forza è proprio nella sua universalità e nella potenza della sua melodia. Rimane un dispositivo aperto e ancora molto duttile e potente. Il “Va’ pensiero” continua a sfuggire a ogni appropriazione definitiva. Quel Giordano evocato come paesaggio biblico oggi torna a essere un luogo reale e conteso, tra Gaza e Cisgiordania, e il lamento per una patria perduta perde la distanza dell’allegoria. Il “Va’ pensiero” oggi non ci racconta più solo qualcosa del passato italiano, ma ci ricorda come parole come esilio e “patria sì bella e perduta” possono cambiare senso e peso a seconda di chi le pronuncia e di chi le ascolta.

Daniele Cassandro