I simboli della Scala
Dalla locandina con i racemi ai medaglioni indossati dalle maschere, i simboli della Scala sembrano gli stessi da sempre, ma in realtà sono spesso frutto di scelte novecentesche

Il Teatro alla Scala, prossimo al 250° anniversario dalla fondazione che si celebrerà nel 2028, è universalmente noto per la grande tradizione che lo caratterizza nel panorama musicale e coreutico mondiale. Da Salieri a Rossini, Bellini, Donizetti, Verdi e Puccini tra i compositori, da Angiolini a Viganò, Taglioni, Blasis, Casati e Cecchetti tra i coreografi, i più grandi autori e interpreti hanno legato il loro nome a quello della Scala, creando nel corso della storia la fama che rende unico il massimo Teatro di Milano.
Ma la Scala è riconosciuta nel mondo anche grazie ad alcuni elementi simbolici che la caratterizzano fortemente, come l’apertura della Stagione nel giorno di Sant’Ambrogio, la tipica locandina degli spettacoli su sfondo giallo con cornice a racemi e lo stemma del Comune di Milano o la divisa delle maschere del Teatro, con il tradizionale medaglione che riproduce la Scala. Elementi caratterizzanti e fortemente identificativi, tanto da essere percepiti da molti come simboli antichissimi, legati da sempre alla Scala, fin dagli inizi della sua storia. In realtà, come vedremo, non è proprio così.
L’appuntamento per eccellenza nel calendario scaligero è la Serata Inaugurale, che ha luogo il 7 dicembre di ogni anno, giorno in cui si celebra Sant’Ambrogio, il Santo Patrono di Milano. Fin dagli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, quando veniva annunciata al pubblico come “Serata di Gala” ed era prescritto l’abito da sera per la platea e per i palchi, l’evento rappresenta, oltre all’indubbia rilevanza artistica, la vetrina mondana per eccellenza e tra il pubblico schiere di personaggi politici e del jet-set italiano e internazionale fanno a gara per farsi fotografare e dare così risalto alla propria presenza. Le “serate di gala” terminano il 7 dicembre 1968, quando la Direzione del Teatro decide di evitare che la serata inaugurale di quell’anno assuma “alcun particolare carattere di mondanità”, a seguito dei drammatici avvenimenti di Avola, accaduti nei giorni precedenti, quando i braccianti in protesta per il loro contratto di lavoro erano stati fermati a colpi di fucile dalla polizia. È l’anno del primo Don Carlo diretto da Claudio Abbado e l’opera è accompagnata all’esterno del Teatro dalla contestazione e dal lancio di uova da parte del Movimento Studentesco. Tuttavia, anche senza la qualifica di “Serata di Gala”, che non verrà mai più ripristinata, il Sant’Ambrogio scaligero continuerà a mantenere nel tempo la sua grande importanza sia come evento artistico di eccellenza, sia per la partecipazione delle più grandi personalità di tutti gli ambiti. Eppure, la scelta di questa data, così emblematica, è relativamente recente: risale al 7 dicembre 1951 e a volerla fu Victor de Sabata, il grande direttore d’orchestra, per diversi anni anche Sovrintendente Artistico della Scala, che decise di legare l’apertura della stagione teatrale al giorno del Santo Patrono di Milano, creando così la nuova tradizione. Per oltre 170 anni, infatti, anche se con diverse eccezioni, il tradizionale giorno di apertura della stagione era stato Santo Stefano, il 26 dicembre. Gli stessi foyer del Teatro, quello di platea e quello dei palchi, caratterizzati dalle imponenti colonne di marmo, ambìto palcoscenico di quella “mondanità” di cui si diceva, assumono il loro aspetto attuale solo nel corso della prima metà del XX secolo, mentre in precedenza erano costituiti da ambienti più piccoli e contenuti, in cui un tempo, tra l’altro, la nobiltà si dedicava al gioco d’azzardo.
Troviamo poi quella che forse rappresenta l’immagine che più di ogni altra identifica la Scala: la locandina degli spettacoli. Si racconta che alcuni anni fa il Presidente della Repubblica Popolare Cinese, che transitava in auto blu davanti alla Scala, fece fermare l’autista e scese personalmente per chiedere all’addetto scaligero che stava sostituendo il manifesto dello spettacolo della serata precedente di poterlo avere per ricordo.
La classica locandina scaligera, con la caratteristica cornice a racemi che percorre tutti i bordi e in cui campeggia in alto al centro lo stemma di Milano, nella grafica che sostanzialmente conserva ancora oggi, ha certamente una lunga storia, ma non è antichissima: esiste in realtà da meno di metà della storia della Scala, comunque da oltre cento anni. Viene realizzata per la prima volta il 26 dicembre 1921, in occasione della Serata Inaugurale della Stagione 1921/1922, che allora aveva luogo, come si è detto, nel giorno di Santo Stefano. Si tratta della prima stagione del Teatro alla Scala nelle nuove vesti di Ente Autonomo, fortemente voluto da Arturo Toscanini, che ne assume la direzione artistica, da Emilio Caldara, Sindaco di Milano, e Luigi Albertini, direttore del Corriere della Sera.
Nei periodi precedenti, nel corso di tutto il XIX secolo e all’inizio del XX, non si individuano dei costanti tratti caratteristici identificativi, tali da creare continuità e tradizione. Nei primi decenni dell’Ottocento la locandina è molto sobria, contornata da cornici spesse ai bordi che creano un riquadro compatto, che ricorda in qualche modo un annuncio funebre. Tra il 1829 e il 1838 circa il bordo è costituito da una cornice di foglie, sempre regolari e compatte; all’interno della cornice, in alto, domina lo stemma asburgico con l’aquila bicipite, sopra alla scritta “Imperial Regio Teatro alla Scala”. È il caso di Norma del 13 maggio 1834 e de Il giuramento del 26 dicembre 1838, dove però lo stemma si trova in mezzo alla scritta, fra “Teatro” e “alla Scala”, probabilmente per ragioni di spazio; nel 1842 la locandina per Nabucco si presenta simile, sempre con lo stemma asburgico al centro in alto, ma con un motivo diverso come cornice. Nel 1859, il 14 giugno, sei giorni dopo la sconfitta degli austriaci e l’annessione della Lombardia al Regno di Sardegna, alla Scala ha luogo uno spettacolo d’opera e balletto nella cui locandina, bilingue, in italiano e in francese, campeggia lo stemma dei Savoia e la nuova denominazione “Regio Teatro alla Scala”. In una locandina del 1866 troviamo lo stemma del Regno d’Italia, stavolta inserito al centro in alto nella cornice che contorna tutti i bordi, sostanzialmente come avviene oggi, però con un motivo molto elaborato. Simile, ma con un motivo meno complesso e più compatto, è anche la locandina della Messa solenne di Rossini del 1869, mentre nel 1870 troviamo lo stesso motivo del 1866, ma per la prima volta con uno stemma di Milano, all’interno di uno scudo, al posto di quello del Regno d’Italia. In alcune locandine del 1873 e 1874 troviamo invece il vero e proprio stemma di Milano in alto al centro di cornici ancora diverse dalle precedenti; in questo periodo scompare anche la qualifica di “Regio” e resta solamente “Teatro alla Scala” nell’intestazione. Nei decenni successivi, fino agli anni Dieci del Novecento, le locandine scaligere continuano a presentare gli stessi tratti principali, cornice con lo stemma inserito al centro in alto, ma si presentano molto diverse tra loro, a seconda dei periodi o anche degli spettacoli. Ad esempio, quella del 19 gennaio 1899 per l’opera Iris ha una cornice molto compatta, anche se non particolarmente “pesante”, mentre certamente più grevi e un po’ funeree risultano le locandine dei primi anni Dieci del Novecento, caratterizzate da una cornice compatta nei bordi, con un tema a racemi molto fitto su uno sfondo scuro. Le locandine dell’ultimo periodo prima della trasformazione in Ente Autonomo, invece, tra il 1916 e il 1918, presentano caratteristiche che sembrano anticipare l’avvento della grafica che poi si consoliderà: in alto due ramoscelli fanno da contorno allo stemma milanese, mentre ai lati ci sono due colonne a cui sono legati nastri pendenti che terminano con due anelli sul fondo del riquadro. Di questo tipo è la locandina del 30 marzo 1916 per la celebrazione del 25° anniversario dell’opera Cavalleria rusticana di Mascagni, diretta dall’autore.
Si arriva così al 26 dicembre 1921, alla nascita della locandina che sostanzialmente viene utilizzata ancora oggi. Il motivo a racemi è delicato e circonda in alto lo stemma di Milano, che si presenta più largo, morbido e ben inserito nel contesto rispetto alle versioni precedenti. Immediatamente più in basso, armoniosamente collocata, si trova la scritta “Teatro alla Scala” con la preposizione “alla” in caratteri più piccoli, in corrispondenza della punta inferiore dello stemma. Ancora più in basso, tra parentesi, si trova la scritta “Ente Autonomo”, effettivamente un po’ troppo grande, ma si tratta di una pecca comprensibile, considerato l’entusiasmo per la nuova forma giuridica del Teatro. In ogni caso si rimedierà nel giro di due anni, riducendone le dimensioni. I ramoscelli portanti, partendo dalla parte alta, proseguono poi e percorrono tutto il perimetro del foglio, incrociandosi nella parte inferiore. Le linee risultano nel complesso estremamente fluide e il tutto è caratterizzato da grande armonia. Questo è il punto di arrivo del percorso iniziato quasi un secolo e mezzo prima e allo stesso momento un punto di partenza: la nascita di quello che diventerà il simbolo più caratteristico del Teatro alla Scala. A distanza di 104 anni da quella “prima pubblicazione”, la locandina scaligera è rimasta sostanzialmente sempre la stessa, pur passando attraverso alcuni cambiamenti, a volte ˗ e anche fortunatamente ˗ solo temporanei. Nella seconda metà degli anni Venti, con l’avvento del fascismo, la locandina subisce già alcune modifiche: dalla Stagione 1926/27 lo stemma di Milano assume una forma più aggressiva, uno scudo appuntito, mentre i disegni dei racemi diventano più intricati e le linee più spesse, riducendo molto l’armoniosità che la caratterizzava in precedenza. Dalla Stagione 1931/32 lo stemma viene addirittura diviso a metà, a sinistra quello di Milano, a destra il fascio littorio. Fortunatamente questa modifica dura solo per tre stagioni e dal 1934/35 lo stemma viene nuovamente modificato e il fascio viene inserito in modo più discreto nella parte alta dello stemma, in piccolo sullo sfondo rosso; cambia ancora inoltre l’intreccio dei racemi, le cui linee però rimangono molto marcate. Nel complesso, comunque, l’intervento risulta migliorativo. Ma non è finita qui: pur mantenendo la stessa grafica complessiva, dalla Stagione 1937/38, alla vigilia dell’introduzione delle leggi razziali, viene deciso di cambiare il nome del Teatro: da “Teatro alla Scala” a “Teatro della Scala”. Non è ancora stato chiarito quali siano le ragioni alla base di questa modifica e da chi siano state volute, ma sta di fatto che il nome e la grafica della locandina rimangono così fino al 24 aprile 1945, ultima recita prima della Liberazione. L’attività della Scala riprende poi il 9 maggio, sempre al Teatro Lirico, con una serie di concerti che si protrae fino alla fine di luglio. Dallo stemma scompare subito il fascio littorio, ma per tutto questo periodo l’intestazione della locandina rimane “Teatro della Scala”, forse per inerzia o forse in attesa del momento giusto per “tornare all’antico”. Momento che si presenta il 28 novembre 1945, quando Vittore Veneziani, il Maestro del Coro scaligero allontanato nel 1939 a causa delle leggi razziali, è chiamato a riprendere il suo posto e a dirigere un concerto corale per celebrare l’evento. In tale occasione una mano saggia applica una “pecetta” sulla locandina del concerto incollando la scritta “alla” al posto di “della” Scala. Dalla stagione successiva si tornerà definitivamente all’antico “caro nome”. Tornare indietro su tutto, però, non è sempre facile: così, sistemati lo stemma e il nome, nessuno si preoccupa di intervenire anche sui racemi e sulla forma dello stemma cittadino, modificati, appesantiti e resi più “aggressivi” quasi vent’anni prima. Bisognerà attendere le soglie del nuovo Millennio e un’altra trasformazione istituzionale, quella da Ente Autonomo a Fondazione di diritto privato, perché si ponga rimedio a questa mancanza. Il 7 dicembre 1999, con l’apertura della Stagione 1999/2000, a seguito di uno studio approfondito effettuato dal Teatro sulla propria grafica, la locandina torna a ispirarsi a quella originale del 1921: le linee si alleggeriscono, i disegni si avvicinano a quelli originali, anche se nella parte superiore sono leggermente più elaborati, e lo stemma cittadino, anche se lievemente più piccolo, torna alla forma originale, meno aggressiva e più morbida di quella introdotta durante il fascismo. Dopo quasi settantacinque anni la locandina scaligera recupera finalmente in modo completo la sua armonia originale. È questa la forma che viene utilizzata ancora oggi.
Relativamente alle “maschere” del Teatro, altro elemento, in questo caso umano, che rappresenta in modo emblematico il Teatro alla Scala, nonostante un’approfondita ricerca recentemente effettuata da Elena Palmieri e Luca De Zan della Redazione Web scaligera, non si è ancora riusciti a individuare con certezza il preciso momento in cui la tradizionale divisa nera con catena e medaglione raffigurante la Scala sia stata introdotta. Tenuto conto di diversi riscontri, anche alla luce di quanto si è detto circa la nascita della tradizionale locandina scaligera, la conclusione più probabile e che anche queste uniformi così caratteristiche siano state introdotte negli anni Venti del secolo scorso, con la riforma toscaniniana e la nascita dell’Ente Autonomo. Si tenga presente che il tradizionale medaglione con la riproduzione del Teatro riporta a grandi caratteri, tutti maiuscoli, la scritta “TEATRO ALLA SCALA – ENTE AUTONOMO”. Tuttavia, il primo riferimento a un cambio di divise degli inservienti di cui si è trovata traccia sulla stampa risale al 1910, quando il Conte Gerolamo Oldofredi, gentiluomo d’onore della Regina Madre, scultore e artista poliedrico, le avrebbe appositamente disegnate per il personale della Scala. Purtroppo, a oggi non sono state trovate tracce iconografiche di tali divise che consentano di capire meglio di cosa si trattasse. Successivamente, nel 1930, in occasione della serata di gala per la visita dei Principi di Piemonte, sulla stampa si parla di nuovi “costumi” degli inservienti (così venivano spesso chiamate le maschere), ma anche in questo caso senza riferimenti visivi. Finalmente, nel 1934, in un articolo del Corriere della Sera si accenna all’estetica di queste divise indicando che “gli inservienti indossano una livrea nera e una catena d’oro al collo”. Al di là della mancanza del riferimento al medaglione, la descrizione fa pensare a divise molto simili a quelle attuali. Possiamo così ragionevolmente concludere che negli anni Trenta le maschere indossassero già le divise tradizionali, che quindi potevano essere state introdotte con la nascita dell’Ente Autonomo nel 1921.
Andrea Vitalini