Falstaff Blues
Sir John Falstaff, discendente di una schiera di vecchi tromboni teatrali, attraversa secoli e generi, dai palcoscenici verdiani al blues americano fino ai meme moderni come “Ok boomer”

Sir John Falstaff, con il suo pedigree shakespeariano, è il discendente più tardo di una schiatta di vecchi tromboni che avevano calcato i palcoscenici per duecento e più anni. Non importa che fossero luminari in pensione, avaracci mezzo ciechi o preti col naso bitorzoluto; tutti gli avi del Falstaff verdiano si credevano uomini di mondo, affascinanti e irresistibili e puntualmente venivano presi in giro dalle varie Mirandoline, Colombine e Serpine, locandiere, giulive mascherine o serve padrone. A fine Ottocento, agli albori della Belle Époque, la figura del vecchio pancione che s’illude di avere anche una mezza possibilità con giovani donne vivaci e smaliziate è il fantasma di un teatro lontano, reso reale solo dalla musica che Verdi compone per lui. Quella del Falstaff è musica talmente ispirata da dare a questa maschera ormai dismessa una miracolosa coscienza di sé e della propria umanità.
Pochi giorni prima del debutto scaligero dell’opera, il 1° febbraio del 1893 a West Orange, New Jersey, Thomas Edison termina la costruzione dei suoi Black Maria Studios, il primo studio cinematografico americano: Hollywood non è neanche un embrione, ma il Novecento s’intravede da lontano e sta arrivando a tutta velocità.
Il nuovo secolo è veloce, moderno, troppo incantato dalla giovinezza per poter ridare vita in modo credibile a quella maschera antica. C’è però un luogo sotterraneo, lontano dai teatri europei, in cui sopravvive l’archetipo del vecchio pancione. Quel luogo è il blues, la musica elaborata nel nuovo continente dai discendenti degli schiavi deportati dall’Africa. In quel ricco universo narrativo e musicale ogni tanto vediamo riaffacciarsi un “fat daddy”, un “fat man” o un “dirty old man”.
Lo studioso afroamericano Amiri Baraka (LeRoi Jones) nel suo saggio Blues People del 1964 parlava di un “continuum del blues”: un fiume carsico che ha alimentato mille generi americani diversi man mano che il blues veniva commercializzato e popolarizzato. Proprio nel bel mezzo di questo continuum, nel 1949, troviamo un uomo grasso e ridanciano, il protagonista di quello che viene considerato il primo disco rock’n’roll della storia: The Fat Man di Fats Domino.
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They call, they call me the fat man |
Mi chiamano, mi chiamano il grassone |
Il blues classico è pieno di omoni che vengono più o meno presi in giro, ma sempre sul filo dell’ambiguità: in una società povera come quella degli afroamericani da poco affrancati dalla schiavitù, grasso voleva dire benestante ma anche tonto, ubriacone o sporcaccione. La cantante Dinah Washington, nel suo album del 1957 Dinah Washington sings the best in blues, fa irrompere il blues classico nella nuova cultura del long playing a 33 giri. Nella bacchettona America degli anni Cinquanta ridà voce alle eroine dei blues di Bessie Smith e Ma’ Rainey: donne sboccate e avventurose; e di riflesso ridà vita ai loro comprimari: dei poco di buono, papponi, alcolisti o sfruttatori, e spesso anche grassi. In Fat daddy Washington canta:
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I need your lovin’ every night |
Ho bisogno del tuo amore ogni notte |
Dinah Washington certo non glissa sul doppio senso della parola meat che può voler dire sia carne sia riferirsi al membro maschile. Questo fat daddy è un oggetto d’amore, ma quando lei lo descrive come “grasso, quarantenne e già bollito” fa capire che lo sta prendendo un po’ in giro o che forse gli sta intorno per sfruttarlo. Angela Davis nel suo saggio Blues e femminismo nero analizza nei dettagli certe dinamiche uomo-donna nei testi del blues classico: spesso ci si accoppiava per bisogno e la compagnia di un buon fat daddy un po’ avanti con gli anni poteva andare più che bene. Proprio come nella commedia dell’arte o nel teatro buffo francese del Seicento.
Fuori dalla musica l’archetipo del vecchio facilone che abbocca a tutto credendo di essere furbo è riemerso con prepotenza nel 2019 grazie a “Ok boomer”, un meme che si è diffuso sui social media. Il vecchio baby boomer che fa figuracce sui social, che risponde a caso nei thread o che mette come status di Facebook il nome di una vecchia compagna di scuola pensando di digitare nel campo della ricerca. C’è un po’ di Falstaff nel boomer che crede che il mondo sia ancora suo, che corteggia belle ragazze a suon di cuoricini sotto le loro foto, che si lancia nel mansplaining più spericolato vuoi su Facebook (una piattaforma social che è ormai il suo regno) vuoi sulle rubriche di opinione di qualche quotidiano.
Ma ricordiamoci sempre che alla fine del Falstaff il protagonista esplode in una fragorosa risata: “Tutto nel mondo è burla, l’uom è nato burlone”. Verdi dona al suo vecchio trombone la capacità di dissipare il velo delle apparenze e di capire che l’oggetto dello scherzo non è solo lui ma il mondo intero. E in un momento storico in cui la prima potenza nucleare del mondo è guidata da un signore anziano e pingue che ha un rapporto molto disinvolto con la realtà, una certa propensione a combinare guai con l’altro sesso e a ingozzarsi di fast food, bisognerà davvero vedere chi riderà per ultimo.
Daniele Cassandro
Giornalista, collabora con Internazionale ed è una delle voci di Pagina 3 Internazionale, rassegna stampa culturale di Radio 3. È autore di Dischi volanti - 40 album alieni da Duke Ellington a Lady Gaga (Curci)