Esercizi di stile

Il Direttore del Ballo scaligero ci porta dentro la nuova Stagione in un percorso che unisce repertorio e contemporaneità, maestri e nuove firme che metteranno in risalto la tecnica, la versatilità e la vitalità della Compagnia
Frederic Olivieri   ph Brescia e Amisano  . Teatro alla Scala 2

Scopri il Balletto del Teatro alla Scala

Già con gli ultimi titoli della Stagione in corso, la Compagnia ha potuto mostrare la sua versatilità stilistica e interpretativa: il Trittico Lander/Kylian/Béjart ha coinvolto danzatori e pubblico in un viaggio tecnico e artistico nella creatività di tre maestri del Novecento con capolavori di diverse epoche e stili, un viaggio che prosegue con Serata William Forsythe ˗ The Blake Works, che nel 2023 ha visto il Corpo di Ballo scaligero diventare parte dello sviluppo creativo del grande coreografo. A dicembre il sipario si aprirà su una nuova Stagione; il Direttore Frédéric Olivieri, che questa stagione ha firmato e concepito, ci accompagna negli stili dei titoli in cartellone, nel linguaggio di ciascun autore, con cui i danzatori si misureranno e con cui parleranno agli spettatori.

CV A sei anni dalle precedenti rappresentazioni, sarà La Bella addormentata di Nureyev ad aprire la nuova Stagione…

FO È il balletto per eccellenza, che una compagnia come la nostra deve assolutamente presentare e ripresentare, perché permette di mostrare al meglio la qualità accademica, la danza classica pura. La versione di Nureyev, che ha debuttato nel 1966 proprio alla Scala, è difficile e ricca, con scene e costumi meravigliosi, creati da Franca Squarciapino appositamente per la Scala nel 1993. Più che di coreografia parliamo di spettacolo a tutto tondo, parte importante della nostra storia e segno distintivo dell’attitudine della nostra Compagnia al grande repertorio: non poteva che essere una produzione completa e magnifica come questa ad aprire la Stagione.

CV In che modo una compagnia deve essere pronta per affrontare questa produzione? Il linguaggio è accademico, ma la firma di Nureyev emerge chiaramente.

FO In questo genere di balletti ˗ soprattutto la Bella ma penso anche al Lago ˗ la Compagnia deve avere un lavoro di preparazione e una concentrazione speciale, per creare la qualità dell’insieme, evidente fin dal Prologo, con le fate e tutte le ventuno ballerine attorno, che devono essere perfettamente insieme nella qualità accademica più pura. C’è poi un lato narrativo su cui lavorare: la nascita di Aurora, la maledizione di Carabosse, l’incontro con i principi, il fuso… e un lato “sognante”, con la visione di Aurora, suscitata nel Principe Désiré dalla Fata dei Lillà, e il quadro delle Driadi, di grande difficoltà per l’ensemble femminile. Nel divertissement del terzo atto brillano le qualità di tutta la Compagnia: nella sarabanda, una danza storica, lenta e precisa, elegante e nobile che in questa versione è molto articolata; subito dopo nella polacca, una danza brillante, di ritmo; naturalmente nelle variazioni, dall’Uccello blu al Gatto con gli stivali, al Passo a cinque … Nella Bella convivono il balletto del racconto, il balletto della visione e il balletto del divertissement, cioè del virtuosismo puro. Il segno di Nureyev è nella musicalità: nelle sue coreografie riesce a inanellare in modo dinamico una dovizia di passi su tempi ridotti, ma allo stesso tempo sa sviluppare i momenti più lirici e delicati, di grande suggestione, creando soprattutto per gli uomini occasioni di altissima prova tecnica.

CV Marzo porterà alla Scala un trittico di lavori mai visti prima sul nostro palcoscenico e due coreografi che entrano nel repertorio scaligero per la prima volta.

FO Il primo titolo è una novità ma nel segno della continuità, con la firma di Wayne McGregor: la collaborazione che avevo instaurato in passato è proseguita nel tempo; già in questa mia prima stagione ho voluto invitarlo nuovamente, con uno dei suoi pezzi più rappresentativi, Chroma, mai presentato in Italia, che vent’anni fa gli è valso la nomina a coreografo residente del Royal Ballet.

CV Qual è la particolarità di questa produzione rispetto ai lavori di McGregor già interpretati dal Balletto della Scala?

FO Qui siamo nel virtuosismo puro. In Chroma si vede “in purezza” il suo linguaggio coreografico senza orpelli, quasi senza scene, i costumi sono al minimo; si apprezzano la visione, i movimenti, le direzioni, l’intreccio di passi a tre, a due, a quattro, con una base che è classica, ma dalla quale si ristruttura tutto, verso l’estremo delle posizioni e della velocità.

CV Entra per la prima volta nei programmi del Ballo il nome di Jean-Christophe Maillot e la sua visione artistica, con una prima nazionale.

FO Dov’è la luna è un balletto che apprezzo molto perché ha un linguaggio contemporaneo, ma sempre di base classica, perché questa è la formazione di Maillot. Ha una parte poetica e delicata e una parte più energica, nel ritmo e nei movimenti, che si fanno secchi e bruschi. C’è un importante impegno dell’ensemble e un passo a due iniziale, che diventa un passo a tre davvero lirico, di ricerca di bellezza, perfezione, luce. Secondo me è uno dei suoi balletti più rappresentativi, al di là dei suoi tanti lavori narrativi: fa emergere la sua capacità di creare un movimento lirico, dolce e un movimento a terra, potente, brusco, forte, quasi violento, intrecciandoli con sapienza.

CV Chiude il trittico Minus 16 di Ohad Naharin: per la prima volta i nostri ballerini incontreranno questo grandissimo autore con la sua cifra assolutamente unica e riconoscibile. 

FO Questo lavoro è esplosivo, trasporterà da subito il pubblico in un’altra dimensione e dentro la genialità di Naharin. E trasporterà in un’altra dimensione anche la Compagnia, che dovrà entrare nelle basi del suo stile; infatti, come per le altre compagnie, anche alla Scala sono previsti workshop e lezioni specifiche. Difficile definire la coreografia di Naharin, perché è originale, potente, vera e chiara, va vista e vissuta dal vivo; come danzatore devi entrare in te stesso, dimenticarti il resto, non pensare di ballare per un pubblico, ma pensare al tuo essere, individualmente e all’interno di un gruppo. La forza di questo balletto, secondo me, è la forza del palcoscenico e del gruppo, ed è questa forza che poi si espande e si sprigiona verso il pubblico.

CV La novità a serata intera è Alice’s Adventures in Wonderland di Christopher Wheeldon, definita quasi “un classico dei nostri giorni”.

FO La Compagnia porterà in scena per la prima volta in Italia questa produzione, che è perfetta per un teatro come la Scala. Wheeldon ha una straordinaria abilità e originalità nel coinvolgere e anche divertire, in un balletto narrativo moderno. Ha una visione globale del balletto, come struttura e come ricchezza di allestimento; in tre atti, richiede un organico che non tutte le compagnie possono permettersi, pieno di ruoli e di stili molto diversi fra loro, adattissimi alla versatilità e alla preparazione dei nostri artisti. Wheeldon ha creato molti balletti astratti, ma da anni si dedica a balletti di racconto e lo fa davvero bene. Qui abbraccia tutti gli stili, dal classico al contemporaneo, alle danze tradizionali, fino al tip-tap e al musical. Come Alice nelle sue avventure incontra tanti mondi e tanti personaggi, qui c’è uno stile per ogni situazione e per lo sviluppo del racconto.

CV Quindi ciascun personaggio ha una caratterizzazione anche linguistica e stilistica?

FO Wheeldon ha questa capacità di definire immediatamente i personaggi attraverso un diverso stile di danza, con una scelta di costumi che li caratterizza e contribuisce a connotarne il movimento. Per esempio, al Cappellaio Matto fa danzare il tip-tap, per presentare l’originalità, la follia e l’enfasi di questo personaggio, che deve essere libero oltre la danza “normale”. C’è un richiamo all’Adagio della rosa, in una delle scene più rappresentative, ironica ma complessa, soprattutto per la ballerina (la Regina di cuori) con i suoi quattro strani “cavalieri”. Le scene di racconto sono quasi teatrali, con tanta mimica, non pantomima perché siamo in un linguaggio moderno. Però le punte ci sono. Ha creato due mondi: comincia con scene tradizionali, linguaggio narrativo, e quando si entra nel Paese delle Meraviglie tutto cambia. Tutto impatta sul movimento, effetti, cambi di scena, costumi, la musica, creata ad hoc da Joby Talbot… e c’è la danza, di stili diversi ma uniti in una visione organica. E i danzatori devono essere pronti a convivere con una costruzione teatrale che interagisce e ha la stessa importanza della parte coreografica. Entreranno in un mondo molto complesso, di una complessità integrata. È davvero la prima volta che affrontiamo un balletto di questo tipo.

CV Con Don Chisciotte la Compagnia torna nella sua “comfort zone” con uno dei balletti più rappresentati e rappresentativi del repertorio scaligero.

FO Il nostro Don Chisciotte, nella versione Nureyev, è un balletto che abbiamo in repertorio da tanti anni e che presentiamo regolarmente, perché è uno dei grandi balletti dove trionfano il classico e il virtuosismo. Inoltre è un balletto di felicità, per il pubblico e per i ballerini. Ci sono i caldi colori della Spagna tra danze di gitani, fandango, matadores, mulini a vento e c’è la purezza nel giardino delle Driadi, vero atto bianco ispirato all’originale di Marius Petipa. Come nel Jardin animé del Corsaro, questi quadri permettono alla Compagnia di valorizzare la qualità classica accademica, per poi mostrarsi spumeggiante nelle varie danze di sapore folklorico; c’è un notevole impegno anche nelle parti più teatrali: Don Chisciotte, Sancho Panza e Gamache sono personaggi chiave per lo sviluppo del balletto e devono avere anche loro il giusto ritmo, la giusta credibilità, essere convincenti senza cadere nella macchietta, seguendo la musicalità di Nureyev, che dà uno sprint notevole.

CV Anche con Giselle la Scala ha girato il mondo, scelta per la sua perfetta struttura, esemplare del nostro repertorio, della versatilità degli artisti scaligeri tra un primo atto luminoso e gioioso e un secondo atto tetro e sospeso.

FO Ogni volta, a ogni interpretazione, Giselle acquista nuova vita e dà nuove emozioni. Penso che la Scala sia fortunata ad avere questa versione curata dalla grande Yvette Chauviré, perché è coerente, musicale e per me rappresenta bene l’idea di come poteva essere Giselle e di come deve essere oggi. Ho lavorato poco con Chauviré, perché ero appena entrato nel Corpo di ballo dell’Opéra, ma l’ho vista in prova con giovani solisti poi diventati étoiles: con due parole, veramente due, riusciva a far cambiare in modo immediato la qualità della ballerina, su una camminata, su un piqué arabesque o una variazione. Questa è la capacità dei grandi artisti, non hanno bisogno di spiegare.

CV La Stagione si chiuderà con un dittico straordinario: apollineo e dionisiaco conviveranno nel segno di Stravinskij con Apollo di Balanchine e il debutto scaligero della Sagra di Pina Bausch.

FO Sono estremamente orgoglioso di questa serata, perché unisce due pietre miliari della storia della danza e del balletto; ancora più felice perché finalmente siamo riusciti ad avere la Sagra di Pina Bausch che entra nel repertorio della Compagnia e presentarla alla Scala, accanto ad Apollo, che pure fa parte della storia del balletto e dell’immaginario di ballerini, studiosi e appassionati.

CV Il Balletto della Scala ha in repertorio numerosi lavori di Balanchine e ne conosce le peculiarità stilistiche. C’è a suo avviso una specifica consapevolezza che deve avere chi danza Apollo

FO Apollo è un ruolo pieno di trappole, che superi attraverso la tecnica e la coreografia. Sono la tecnica e la coreografia che ti fanno diventare Apollo. In sala ballo si lavora in questo senso. E lo stesso dicasi per le tre Muse: si può programmare questo balletto quando ci sono gli elementi giusti per farlo, se hai interpreti che hanno stile e linee adatte e che possiedono la giusta tecnica. In questa ripresa presentiamo Apollo con il prologo, cioè nella versione intera che da anni non facciamo, ma la scena è molto pura, così come i costumi. La variazione di Apollo per me è un capolavoro. La musica, che ricordiamo fu creata per questo balletto, sostiene questo assolo, e sostiene il ballerino fino alla difficoltà tecnica di fine variazione, con una rischiosissima pirouette che termina con Apollo quasi seduto, e subito dopo c’è un passo a due molto difficile. Devi essere pronto, e forte, e puro.

CV In Apollo, coreografia e musica nascono insieme. Anche per Sacre la musica è nata per una coreografia, quella di Nijinskij. Tra le molte letture coreografiche spicca per potenza quella di Pina Bausch.

FO Per la prima volta i ballerini scaligeri entreranno nel suo mondo creativo, veramente un mondo nuovo. Presentare questo balletto è un evento molto importante: i nostri artisti sono aperti e disponibili, ma non vengono dalla tradizione del Tanztheater e dovranno immergersi nella sua essenza, che secondo me è la libertà dell’espressione. Se uno vuole esprimere qualcosa ballando lo fa così: non c’è filtro nei pezzi di Bausch. Se uno vuole urlare, urla; urla col corpo. E questo balletto è un lavoro di istinto, direi quasi animalesco. Assistere dal vivo a questa produzione sarà di profondo impatto per tutti: un’esperienza per la quale bisogna aprire tutti i pori e assorbire.

CV Questo viaggio passa anche attraverso il Gala Fracci: nel 2026 si celebrano i novant’anni dalla sua nascita e i cinque anni dalla sua scomparsa. Per l’occasione avremo due date e attingeremo dal suo repertorio immenso, impressionante per quantità e varietà di stili. Omaggiare una étoile come Carla Fracci cosa comporta? È pensabile riportare in scena lo stile interpretativo di una artista? 

FO Non si tratta di una rievocazione, non si può entrare nel suo stile e non si può essere come lei. Perché? Perché era unica. Si può e si deve cercare di imparare, attraverso i balletti che lei ha interpretato e i ruoli che lei ha segnato con la sua artisticità. Copiare non funziona. Ha senso semmai acquisire un po’ della sua eredità, di quanto ci ha lasciato, del suo modo di interpretare che è diventato e sempre sarà, come in Giselle, un punto di riferimento per tutti. 

Carla Vigevani