Echi pop di Wagner
L’immaginario di Richard Wagner ha plasmato la cultura pop moderna. Dai disegni Jugendstil di Stassen ai supereroi Marvel, il suo influsso risuona nell’arte, nei fumetti e nei mondi fantastici contemporanei

Andvari, illustrazione di Franz Stassen
Il critico musicale americano Alex Ross nel suo libro Wagnerismi (Bompiani, 2022) tratteggia in poche righe il culto popolare di Wagner nella Germania guglielmina: “Pipe di Wagner, fermacarte di Wagner, candelabri di Wagner, piatti e tazze di Wagner, pantofole alla Sigfrido e spumante Rheingold”. In certi ristoranti si servivano Schnitzel Sigfrido, prosciutto Wotan à la Valhalla e gnocchetti dei Nibelunghi e “nel 1907 ˗ continua Ross ˗ a Potsdamer Platz, a Berlino, aveva aperto la taverna Rheingold, tutta decorata con le figure danzanti delle Figlie del Reno”. A pochi anni dalla sua morte Richard Wagner era quello che oggi chiameremmo un’icona pop: aveva i suoi fan, il suo culto e il suo merchandise. In Wagnerismi Ross segue le alterne fortune del culto di Wagner nel corso del Novecento e in vari punti del libro ci illumina su quanto il wagnerismo avesse anticipato tante tendenze della cultura pop contemporanea. Prima di tutto, Wagner è stato un creatore di mondi e l’“immersività” della sua arte (un termine che oggi si usa molto quando si parla di prodotti culturali fruibili su piattaforme diverse) ha ispirato un’estetica che come un fiume carsico arriva fino al fantasy, un macrogenere che ha assunto mille forme: giochi di ruolo, videogame, saghe hollywoodiane, romanzi, fan fiction e fumetti. I draghi, i giganti, gli gnomi, gli dèi e i semidèi, gli eroi biondi e gli anelli del potere che popolano l’immaginario wagneriano hanno attraversato il Novecento e sono arrivati a noi più vitali e rilevanti che mai.
Il medium più importante, più importante ancora della musica e della parola, che ha fatto sopravvivere i mondi di Wagner attraverso due guerre mondiali, è stato il disegno. Wagner aveva un’idea molto chiara di come i suoi mondi e i suoi personaggi andassero rappresentati e quest’idea è stata, alla sua morte, raccolta da diversi illustratori. Il più influente è stato Franz Stassen (1869-1949). Tristano, Parsifal e l’intero Ring sono stati resi da Stassen con una linea nitida, ben leggibile e perfettamente in bilico tra facile gusto popolare e alate intenzioni tardoromantiche. Tipica di Stassen era anche una velata provocazione sessuale che non possiamo non percepire soprattutto in certi nudi eroici e in certe figure abbracciate e discinte. Da molti Stassen è visto come il precursore di certe grandi tavole di azione del fumetto americano del Dopoguerra. La linea svolazzante di Stassen era quella dello Jugendstil e il decorativismo di certi suoi sfondi veniva dalla Secessione viennese. Quella stessa linea, asciugata e resa aerodinamica dall’influsso dell’Art déco, la ritroviamo negli Stati Uniti nelle grandi, spettacolari tavole che Alex Raymond (1909-1956) realizzò per il fumetto di fantascienza Flash Gordon a partire dal 1934. Flash Gordon, intercapedine tra l’eroe tradizionale dei romanzi pulp d’avventura e il supereroe, è un biondo e aitante giocatore di polo, un Sigfrido yankee che si ritrova a combattere per la sopravvivenza in un pianeta governato da uno spietato sovrano dai tratti asiatici. Pur non avendo poteri particolari al di là della bellezza ariana, dei muscoli e della sua intelligenza superiore di uomo bianco, le tavole a colori che lo ritraggono mentre infilza mostri orrendi lo fanno sembrare uno di quei San Giorgi tardo preraffaelliti e già un po’ Art nouveau. Quando viene spogliato e incatenato (succede spesso) assume pose a metà tra i San Sebastiani michelangioleschi di Burne-Jones e i culturisti in bondage delle prime riviste erotiche gay. Intorno a lui aleggiano donne splendide e crudeli, principesse spaziali seminude che sembrano uscite dalle Ziegfeld Follies. Nel 1943 Raymond parte soldato e l’epoca aurea di Flash Gordon finisce. Nel 1949 muore Franz Stassen, proprio mentre comincia il complesso processo di denazificazione di Wagner, e negli Stati Uniti si apre la cosiddetta silver age del fumetto. Gli eredi di Sigfrido smettono di essere eroi e diventano supereroi, l’incarnazione pop del semidio wagneriano che faceva battere il cuore della borghesia guglielmina.
Jack Kirby (1917-1994) è stato uno dei più grandi innovatori della storia del fumetto. Il suo nome, insieme a quello dell’amico-nemico Stan Lee, è indissolubilmente legato a quello della Marvel. Quello che oggi conosciamo come un impero mediatico che ha rischiato, con i suoi tentacolari franchise di supereroi, di mangiarsi Hollywood in un boccone (pericolo scampato, ora ci pensano gli incendi), era nato negli anni Quaranta come una minuscola casa editrice di fumettacci pulp. Kirby, il suo nome all’anagrafe è Jacob Kurtzberg, figlio di due immigrati ebrei austriaci, comincia a disegnare negli anni Trenta e negli anni Quaranta, partendo da Capitan America; inizia a inventare un pantheon di supereroi che spazierà da Thor agli X-Men, passando per i vendicatori e gli Inumani. Il più wagneriano dei supereroi che ha creato con Stan Lee è stato Thor, riadattamento pop del dio norreno figlio di Odino. È biondo e muscoloso come Flash Gordon, è di razza ancora più pura visto che discende direttamente dagli dèi e parla un inglese altisonante e shakespeariano, molto bizzarro da leggere sulle pagine di un giornaletto da pochi centesimi stampato su carta scadente. Thor compare nel 1962 e a tutt’oggi è uno dei personaggi più popolari della Marvel. Ha un mantello rosso d’ordinanza, come quello di Superman, ma anche un elmo alato come quello delle valchirie e soprattutto è armato con il Mjolnir, il martello del tuono che ricorda quello percosso da Donner nella scena quarta dell’Oro del Reno. Il collegamento con l’universo wagneriano è esplicitato in un episodio del 1980 in cui si racconta come Thor abbia recuperato per il padre l’anello del Nibelungo sotto il nome di Sigfrido. Ma anche prima del 1980 erano innumerevoli i personaggi del fumetto che venivano dal pantheon wagneriano: Odino, il padre di Thor, è Wotan; Loki, il suo perfido e folle fratello è Loge e così via fino all’apparizione, nel 1972, di un personaggio chiamato Valkyire (la Valchiria) che, cavalcando il suo destriero alato, avrà una certa fortuna fumettistica e sarà brevemente anche sentimentalmente legata a Thor. Nel fortunato film Thor Ragnarok Brunilde/Valchiria viene interpretata dall’attrice afroamericana Tessa Thompson, forse l’ultima tappa della lunga denazificazione e decolonizzazione dell’immaginario wagneriano. Il segno di Jack Kirby è eroico e sensuale come quello dei suoi predecessori (Alex Raymond in particolare era un modello per lui), ma il decorativismo déco nelle sue tavole si trasfigura in un techno-modernismo spettacolare fatto di architetture impossibili, strane macchine volanti e squarci allucinati su universi paralleli che aprono alla stagione fine anni Sessanta del fumetto psichedelico. Kirby conosceva bene la musica e i mondi di Wagner e come ebreo americano non poteva non essere sensibile al tema della sua denazificazione: in una storia del 1974 intitolata Kill me with Wagner, parte della serie di fumetti di guerra Our Fighting Forces, conosciamo la pianista concertista Emma Klein, che viveva facendo la cameriera nascosta nella Francia occupata dai nazisti. Mentre la città viene rasa al suolo dagli alleati, la musicista svela la sua vera identità, si siede al piano e si mette a suonare la Cavalcata delle Valchirie. E lo fa cinque anni prima che Francis Ford Coppola usasse quella stessa musica in una scena indimenticabile di Apocalypse Now.
Daniele Cassandro