Dipingere il Ring

La mostra Risonanze Wagner mette in dialogo la Tetralogia e l’arte contemporanea attraverso lo sguardo di quattro artiste di oggi. Il Ring diventa uno strumento per leggere il presente e le sue tensioni simboliche
copertina opuscolo risonanze

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Non è il teatro in fiamme che Richard Wagner, nel 1850, evocava inizialmente come gesto assoluto e dirompente, immaginando Der Ring des Nibelungen come progetto radicale. Né Apocalypse Now (1979), nella scena degli elicotteri che bombardano il villaggio vietnamita con la “Cavalcata delle Valchirie” a tutto volume, e Robert Duvall che esulta: “Gli spariamo Wagner da un miglio di distanza. Quelli se la fanno sotto e i miei ragazzi si esaltano”.

È invece un corpo a corpo tra Richard Wagner e quattro artiste che hanno interiorizzato il cuore dell’Anello del Nibelungo. Antonella Benanzato, Flaminia Veronesi, Chiara Calore, Federica Perazzoli sono le protagoniste della mostra Risonanze Wagner. Visioni attorno al Ring, ideata dalla direttrice del Museo Teatrale alla Scala, Donatella Brunazzi, e curata da Gianluigi Colin e Mattia Palma in occasione dell’intero ciclo della Tetralogia. Le quattro pittrici, attraverso un confronto intellettuale serrato, hanno rielaborato gli archetipi del mito norreno trasferendoli nella sfera del proprio quotidiano.

Come afferma Donatella Brunazzi: “Si tratta di una mostra libera dal peso del passato. Un nuovo Ring per un teatro è sempre un momento di svolta, una riflessione sulla propria storia. È come scalare il Walhalla. Ma Wagner è una figura che consente di uscire dalla sola dimensione teatrale e abbracciare tutte le arti. In questa straordinaria occasione, abbiamo voluto creare due momenti paralleli: da una parte la mostra storica La rivoluzione del Ring. Visconti, Ronconi, Chéreau studiata nella concezione dell’interpretazione dell’Anello negli anni Settanta, quando a Milano si incrociano i tre registi Luchino Visconti, Luca Ronconi e Patrice Chéreau. Dall’altra un esperimento nato da una domanda: come risuona Wagner oggi? Ha ancora senso il wagnerismo? Allora, accanto alla reinterpretazione storica, abbiamo voluto considerare il compositore anche dal punto di vista dell’arte contemporanea, con l’idea di raggiungere un pubblico ampio, trasversale”. Questa felice apertura della Scala alle arti visive ˗ inauguratasi già con la mostra Fantasmagoria Callas del 2023, per celebrare il centenario della nascita di Maria Callas ˗ ha creato un proficuo laboratorio che ci auguriamo possa avere lunga vita. “La saga” ˗ scrisse Wagner ˗ “non è solo per il pubblico di oggi, ma di qualsiasi epoca. La via è quella del sentimento”.

Quattro sono i quadri di ciascuna artista, per ognuna delle opere della Tetralogia, ma nessuno di essi illustra, spiega o si sostituisce alle scene dell’Anello del Nibelungo. Si ispirano piuttosto alla profondità simbolica della drammaturgia wagneriana in piena libertà. La rileggono alla luce dell’era della post-verità e dei poteri autoritari che deflagrano nel mondo. Entrano nei paesaggi mentali del mito e lo fanno riemergere con i colori liquidi della pittura, in una acuta e intima riflessione sul presente. Gianluigi Colin ˗ ideatore delle copertine de “La Lettura”, progettate ogni settimana da artisti da lui scelti ˗ è a sua volta artista multimediale e figura dal respiro wagneriano. Il suo lavoro, tra immagine e parola, incrocia linguaggi plurali che coniugano arte, fotografia, grafica, scrittura, cronaca, curatela. Come è stata concepita questa mostra? “C’è stata una selezione tra otto artisti ˗ afferma ˗ ed è emerso che le più confacenti al progetto erano le quattro pittrici selezionate. La scelta di quattro donne mi piace perché tutta la poetica del Ring si gioca su alcuni concetti potenti e contemporanei: l’amore, il destino, il potere e la passione, che è il cuore dell’intera opera. La visione femminile di questo universo contraddittorio, che corrisponde alla vita di tutti i giorni, è illuminante. La rinuncia all’amore per il dominio assoluto è la nascita della maledizione ed è la voracità attorno al denaro che oggi infetta tutta la società. Wagner è un visionario, autore cosmico, che ha intercettato i temi fondanti dell’esistenza di ogni essere umano”. È antesignano della mass culture, dei colossal, del rock e dell’heavy metal. La sua influenza ha generato l’epopea di David Bowie e ispirato figure come Hermann Nitsch che ˗ nel castello di Prinzendorf, sede permanente dell’Orgien Mysterien Theater ˗ ha realizzato i suoi riti dionisiaci più radicali contro ipocrisia e moralismo. Non Bayreuth o Walhalla, ma altri castelli, reali e immaginari, sono sorti nella prospettiva di Wagner: da Gustav Klimt a Josef Hofmann, da Henry van de Velde a Andy Warhol. Tuttavia, le risonanze evocate, nell’attuale mostra, sono echi intimi e introspettivi, vibrazioni che si propagano sino a noi e parlano di noi.

Ad Antonella Benanzato è stato affidato Das Rheingold, l’inizio della saga, con la figura del nano Alberich, re dei Nibelunghi, accucciato e ripiegato su se stesso. Frustrato e indispettito per l’indifferenza delle ondine che danzano, sceglie la vendetta. Ruba l’oro del Reno per forgiare l’anello del potere e dominare il mondo. “È stata la struttura della Tetralogia a guidarmi”, spiega Benanzato. “L’inizio del ciclo nasce in modo straordinario, lo stesso Wagner raccontava di aver avuto la visione in sogno di quello che sarebbe stato l’accordo di apertura, in mi bemolle maggiore: rappresenta il suono primordiale, la nascita di tutta la storia che ha origine da un furto, un inganno o una mancanza d’amore. Sono partita proprio da un cromatismo generato dai toni del grave. Sono colori molto densi, definiti. Wotan, il re degli dèi, nudo di spalle, è di fronte al muro del Walhalla, simbolo dell’ordine divino. Le mura cominciano a perdere matericità e a diventare quasi sogno. Nel terzo quadro, Wotan sembra ingigantito rispetto ai Nibelunghi che appaiono rimpiccioliti mentre lavorano nelle profondità della terra. Nell’ultimo invece compare un arcobaleno dai colori accesi. È la via di collegamento che porta alla fortezza divina, è l’illusione dell’armonia, il passaggio simbolico dalla natura all’ordine burocratico dell’autorità”.

La seconda opera del Ring, Die Walküre, è interpretata da Flaminia Veronesi. Anche per lei non c’è una grammatica obbligatoria o una legge scenica che possano condizionarne la creazione. Le sue figure sono pop, spontanee e ricalcano l’immaginario social, tanto che il volto di Brünnhilde sembra quasi il risultato di un selfie. “Wagner è qualcosa di immenso, imponente, eccessivo” afferma Veronesi. “Viviamo, come dice Wotan, nell’epoca del dominio, siamo ridotti a una banca dati. Ciò che il compositore denuncia è il grande dramma della condizione umana. Schiavizzati dalle tecnologie, abbiamo perso il senso del sacro e del valore, per pura stupidità. La meraviglia ci apre alla conoscenza, alla metamorfosi, e questo è il mio punto d’incontro con lui. Nel primo quadro c’è un angelo ermafrodita un po’ demoniaco: è la forza dell’amore ma anche il suo rifiuto. L’aspetto tenebroso è là appunto, nella maledizione di chi rinuncia all’ardore del sentimento. Wagner scardina la musica dalla pura meccanica e crea un nuovo lessico per trovare il femminile. L’amore incestuoso fra Siegmund e la sorella gemella Sieglinde è la metafora dell’equilibrio tra femminile e maschile che ognuno di noi possiede. Il cavallo alato è invece il motivo dell’amore. Brünnhilde, che è una figura analoga ad Antigone, si ribella a Wotan. Tutti i quadri sono nell’alba, per questo ho usato il colore rosa, colore di speranza. Wagner dunque pone la grande domanda: ‘Rinunciare alla forza dell’amore oppure no?’. Come incarnazione dell’amore, Brünnhilde accetta di rimanere addormentata nelle fiamme perché il punto è quello di rimanere liberi. Paura di morire o adagiarsi nella propria comfort zone?”.

La terza opera, Siegfried, interpretata da Chiara Calore, ci spinge nel folto del bosco, nella selva della Turingia tra le tombe degli eroi, le caverne e i lupi. “La figura di Sigfrido ˗ afferma Calore ˗ sembra quasi una germogliazione, un’evoluzione, una metamorfosi, perché nel suo percorso attraversa sfide inerenti a molti topoi mitologici: pericoli, conquiste e tragici tranelli. C’è questo eroe che per diventare uomo affronta situazioni pesantissime. È forse una metafora della vita quotidiana. Diventa adulto ed eroico sfidando il drago e salvando Brünnhilde”. Il perfido nano Mime, che lo ha cresciuto e ingannato; il risveglio di Brünnhilde e l’ibridazione uomo-animale nei collage pittorici e digitali dell’artista, rendono l’atmosfera sospesa tra passato e futuro.

E siamo alla fine, alla Götterdämmerung, affidata a Federica Perazzoli che immagina il crollo, il grande fuoco, il compimento della maledizione dell’anello in un silenzio sordo. “La drammaticità di Wagner non è così lontana dal mio mondo artistico”, afferma Perazzoli. “Quando Brünnhilde muore c’è comunque una speranza. Quando c’è il fuoco e tutto brucia, c’è purificazione e rinascita. Ho cominciato a dividere il Crepuscolo degli dèi in diversi momenti. Sono partita dalle Norne, figure mitologiche che tessono il filo del destino, che a un certo punto si spezza. E da lì comincia la tragedia e si generano caos e disordine. Ho cercato di rappresentare le tre Norne come se fossero perse, smarrite, quasi invisibili. Hagen è il cattivo della situazione e, al cospetto del padre Alberich, diventa ancora più feroce, perché spinto alla conquista del potere. Sarà lui a uccidere Siegfried. Nell’ultimo quadro Brünnhilde si butta nel fuoco, ma io non l’ho ritratta per non essere didascalica. Ho lasciato un incendio, il rosso, la fine di tutto. Brünnhilde è la vera forza, la vera presenza del ciclo, la possibilità della rinascita”.

Oggi, sul nostro palcoscenico-mondo che sta compatto in una mano, ripetiamo lo stesso film in loop. Il fuoco è all’orizzonte, gli dèi, in cerca dell’anello, sono sempre più armati, e gli archetipi continuano a vivere la nostra vita. Intanto, mentre tutti si agitano, Wagner, nella sua vestaglia damascata, si affaccia alla finestra del non-tempo. Saluta, contempla la musica del futuro e il Walhalla in fiamme prima dell’alba.

Manuela Gandini