Danze americane
Patricia Neary, Jean-Pierre Frohlich e Ben Huys, supervisori coreografici, raccontano il loro punto di vista su tre lavori chiave di George Balanchine e di Jerome Robbins

Dall’8 al 20 novembre il Trittico Balanchine-Robbins suggella la Stagione di balletti omaggiando due maestri, assoluti punti di riferimento per il mondo della danza e del balletto: George Balanchine, con Theme and Variations, che torna in scena nel nuovo allestimento di Luisa Spinatelli, e Jerome Robbins, con due lavori mai visti prima alla Scala: Dances at a Gathering, di grande delicatezza, e The Concert, frizzante e spiritoso. L’attuale generazione di artisti scaligeri si confronta per la prima volta con questi tre balletti; compito dei supervisori coreografici delle rispettive fondazioni farli immergere nello stile e nelle specificità di queste importanti produzioni. Li abbiamo incontrati e hanno condiviso con noi la loro esperienza.
Patricia Neary: Theme and Variations, uno dei più grandi balletti classici di sempre
In Balanchine’s Complete Stories of the Great Ballets, pubblicato per la prima volta nel 1954, Balanchine parla della prima versione di Theme and Variations: “Oltre alle partiture per balletto, Čajkovskij ne ha composte molte altre, perfettamente danzabili. Ed era naturale in un uomo che aveva trovato nel balletto un’ispirazione geniale. Tra l’epoca del suo primo balletto, Il lago dei cigni (1877), e quella del secondo, La Bella addormentata, Čajkovskij ha scritto quattro suite orchestrali. Non erano composte per la danza ma, ascoltandole, non si capisce perché Čajkovskij non sia stato il compositore preferito dei coreografi del suo tempo. Nel 1933 ho creato Mozartiana sulla quarta di queste suite orchestrali, mentre Theme and Variations l’ho composto sulla musica del finale della Suite n. 3. È un balletto di danza pura. Evoca il grande periodo della danza classica, quello del Balletto Imperiale Russo”. Un concentrato sviluppo del lessico del balletto classico, Theme and Variations fu creato nel 1947 per il Ballet Theatre (futuro American Ballet Theatre), e nel 1960 entrò nel repertorio del New York City Ballet; dieci anni dopo Balanchine utilizzò l’intera suite orchestrale per creare Tschaikovsky Suite No. 3 e, con alcune piccole revisioni, Theme and Variations tornò in repertorio come quarto e ultimo movimento di questo balletto.
Il Corpo di Ballo scaligero interpretò per la prima volta Theme and Variations nel 2004 al Teatro Carlo Felice di Genova, per il Festival Internazionale di Balletto, e l’anno successivo alla Scala all’interno del “Trittico Novecento”. A 120 anni dalla nascita di Balanchine e a 20 anni dall’ingresso nel repertorio scaligero, questo titolo torna in scena in un nuovo allestimento firmato per le scene e i costumi da Luisa Spinatelli; oggi come allora la supervisione coreografica è curata da Patricia Neary; tra le top dancers di Balanchine al NYCB dal 1960 al 1968, Neary ha ripreso oltre 30 suoi capolavori in tutto il mondo, prima incaricata dal Maestro in persona e poi sotto l’egida del George Balanchine Trust.
Patricia Neary non ha dubbi su cosa significhi rimontare un balletto che fa parte della storia della danza del Novecento: “È ancora oggi incredibile e uno dei più grandi lavori di Balanchine. È un grande balletto classico, in tutù, molto impegnativo tecnicamente per tutti, soprattutto per i due interpreti principali. Sono circa 45 anni che lo insegno… Dagli anni Settanta, quindi da quasi 50 anni, l’ho messo in scena per innumerevoli compagnie: Royal Ballet, Opéra di Parigi, Berlino, Balletto di Danimarca, Oslo, Amsterdam, Romania, Giappone, Balletto Reale di Birmingham... solo per citarne alcune”.
Nelle note al programma si legge: “Il movimento finale della terza suite orchestrale di Čajkovskij si compone di 12 variazioni. Lo spettacolo si apre rivelando un ensemble di dodici donne e una coppia principale. Allo svilupparsi del balletto, da una variazione all’altra, gli assolo della ballerina e del suo cavaliere sono inframmezzati a momenti corali. Come in tutti i balletti classici, c’è un passo a due centrale. Una grande Polonese trasporta verso l’apice finale in cui è coinvolto l’intero cast di 26 danzatori”. Chiediamo dunque a Patricia Neary su cosa si focalizza durante le prove, cosa viene richiesto ai ballerini, quali abilità devono sviluppare. “Mr.B. è un coreografo straordinario dal punto di vista musicale, è fenomenale. Ogni ballerino che esegue questo balletto lo ama. Ma tecnicamente è il più impegnativo di tutti per la coppia principale. Naturalmente, quando insegno i balletti di Mr.B. dobbiamo lavorare per avere i giusti tempi, che di solito sono veloci: ogni balletto di Mr. B. è incentrato sulla musica, sulla velocità, e questo in particolare. È uno dei più grandi balletti classici di sempre e tutto per me è molto importante: la tecnica, la musicalità, le braccia, i piedi… Chi potrebbe dire molto su questa produzione è proprio Manuel Legris, uno dei più grandi danzatori. Gli ho insegnato il balletto quando era all’Opéra di Parigi, absolutely the best in it”.
Jean-Pierre Frohlich: in The Concert, la teatralità di Robbins
The Concert, per la prima volta alla Scala, è un balletto in cui Jerome Robbins si diverte ˗ e fa divertire ˗ con le stravaganze del pubblico di una sala da concerto. La prima ebbe luogo al City Center of Music and Drama di New York nel 1956 per il New York City Ballet. Robbins realizzò poi altri tre balletti su musica di Chopin: Dances at a Gathering, In the Night e Other Dances. Le note di sala recitano: “Uno dei piaceri di assistere a un concerto è la libertà di perdersi nell’ascolto della musica. Molto spesso, inconsciamente, si formano immagini mentali e i modelli e i percorsi di queste fantasticherie sono influenzati dalla musica stessa, dalle note del programma o dai sogni, dai pensieri e dalle fantasie personali dell’ascoltatore. Alle musiche di Chopin, in particolare, sono stati attribuiti nomi programmatici inventati quali lo Studio ‘della farfalla’, il Valzer ‘di un minuto’, il Preludio ‘della goccia d’acqua’, eccetera”.
Jean-Pierre Frohlich sta rimontando The Concert alla Scala per il Jerome Robbins Trust e condivide con noi il suo percorso con il grande coreografo. “L’ho conosciuto quando ero molto giovane e studiavo alla School of American Ballet. Rimettere in scena questo balletto significa molto per me. È un onore e un privilegio poter riportare in scena un pezzo della storia della danza del XX secolo. Sono più di 35 anni che lo rimonto, con innumerevoli artisti ed étoile nel mondo. Prima ero coinvolto come ballerino, uno degli ‘strumenti’ di Jerome Robbins, poi sono diventato il suo assistente e quando era in vita viaggiavamo assieme e con lui ho rimontato i suoi balletti in numerose compagnie; ora continuo la sua eredità”.
Gli domandiamo quale sia a suo parere la forza di The Concert ancora oggi, e come la specificità di questo balletto porti a strutturare il lavoro in sala prove: “Credo che uno dei punti di forza sia che il pubblico riesce a relazionarsi con i ballerini sul palco o con i vari personaggi, perché questo genere di soggetti si vedono spesso quando si va a un balletto o a un’opera. Li vedi e ti ritrovi a fare le stesse cose che fanno loro. E poi è bello sentir ridere il pubblico. È bello guardare un balletto e non dover cercare troppo di capire cosa sta succedendo, perché è la coreografia stessa a dirti cosa succede, anche se non sai nulla di danza o di balletto. Ciò che è difficile in questa produzione è proprio il dettaglio. È molto concentrato sui dettagli. Comedy is timing. Quindi i tempi di ogni sezione sono davvero molto importanti, perché se si sbagliano si perde il pubblico. Quello che chiedo ai danzatori è di calarsi nella situazione. Come fa un attore, o come fa chiunque nella sua quotidianità. Chiedo ai danzatori di guardare ciò che fanno e come lo fanno, per capire che non devono renderlo divertente solo perché è un balletto divertente. Sono le situazioni a renderlo tale. Se, guardandosi, i tempi e le situazioni hanno un senso per loro, allora arriva anche al pubblico”.
Il tutto legato a uno stretto rapporto fra coreografia e musica. “Penso che Robbins abbia visto molte storie dentro la musica di Chopin e che abbia trovato il modo di raccontarle attraverso il movimento, senza dire una parola, e attraverso ciò che chiedeva ai ballerini di fare. Non lo considero tanto un balletto quanto una scenetta, cioè diverse sezioni, vari divertissement. Poi lui aveva un modo divertente di collegare tutto quando coreografava parti diverse in momenti diversi: sapeva mettere tutto insieme, come un medico o un chimico, sapeva shakerare il tutto e trovare un ordine che avesse senso. Tra le tante peculiarità di Jerome Robbins, in The Concert emerge la sua teatralità. Era un genio quando si trattava di teatro. Per lui era tutta questione di verità. Desiderava essere onesto. Voleva assicurarsi che il pubblico capisse quello che stava facendo e che si trovasse dentro la situazione, che fosse coinvolto e si riconoscesse in questi personaggi sul palco. Voleva anche che i danzatori fossero persone, non ballerini: anche se con le punte, persone vere”.
Per chi assisterà a questo balletto per la prima volta, Frohlich ha un solo suggerimento:“Sedersi e godersi lo spettacolo. Non abbiate paura di ridere se pensate che sia divertente! A volte gli spettatori ˗ ho notato soprattutto in Europa ˗ hanno timore a ridere perché in teatro ‘non sta bene’, ma io penso che dovrebbero lasciarsi andare e godersi ciò che stanno guardando. Non c’è niente di particolare a cui prestare attenzione. Sedetevi, guardate il balletto, ridete se volete ridere, e questo è tutto”.
Ben Huys: il senso di comunità di Dances at a Gathering
Robbins crea Dances at a Gathering ˗ secondo dei suoi balletti su musiche di Chopin ˗ nel 1969, dedicandolo alla memoria di Jean Rosenthal, pioniera del lighting design. A Newsweek quello stesso anno dichiarò: “Ho iniziato a fare un pas de deux per Eddie Villella e Patricia McBride, poi mi sono lasciato trasportare dalla musica. Tutto è iniziato a sgorgare come se una valvola dentro di me si fosse aperta e la purezza del lavoro con i ballerini avesse preso il sopravvento”.
Ce ne parla Ben Huys, supervisore coreografico per il debutto dei ballerini scaligeri, prima, dal 1986 al New York City Ballet, interprete in numerosi balletti di Balanchine e Robbins, e ora coach per il George Balanchine Trust e il Jerome Robbins Rights Trust.“Dances at a Gathering è un capolavoro, ha un posto molto importante nella storia della danza del Novecento. Da quasi vent’anni mi occupo di rimettere in scena questo balletto. Londra, Amburgo, Stoccarda, Amsterdam, Parigi, Seattle, Miami, Copenhagen e ora Milano: per me è un onore e un privilegio trasmettere quanto ho appreso lavorando direttamente con Robbins su questo meraviglioso titolo. Una coreografia geniale, ingegnosa, musicale e bellissima, che rende il balletto ancora oggi molto importante. Non sembra affatto datato. Al contrario, ancora oggi i ballerini amano eseguirlo e il pubblico ama guardarlo”.
Avendo lavorato direttamente con Jerome Robbins, Huys ha molti ricordi di prima mano su questa produzione.“Ho avuto la fortuna di lavorare direttamente con lui su questo balletto per circa dieci anni, interpretando The green man (i ruoli sono indicati con il colore del costume). Le prove con Robbins potevano essere lunghe, intense e non sempre facili: era molto esigente e si aspettava il massimo da te, dovevi impegnarti al massimo, proprio come faceva lui. Dances at a Gathering significava molto per lui, infatti teneva a partecipare personalmente alle prove e lo faceva con piacere. Anche se le prove erano impegnative, grazie al suo forte senso dell’umorismo ci siamo persino divertiti. Ricordo il suo grande sorriso nel seguire alcune sezioni del balletto. C’era rispetto reciproco tra coreografo e ballerini e raramente cambiava il cast, quindi se eri coinvolto nel balletto restavi per molto tempo e questo ti faceva sentire parte di qualcosa di molto speciale. La particolarità di questo balletto è che non esiste un corpo di ballo, ma solo dieci ballerini principali. Il cast originale era composto da un gruppo di ballerini straordinari ˗ Violette Verdy, Patricia McBride, Edward Villella, Alegra Kent, Kay Mazzo, solo per citarne alcuni ˗ ed è stato meraviglioso vedere così tanti artisti in tutto il mondo fare propri i ruoli interpretati”.
Anche a lui domandiamo quale sia a suo avviso il significato di questo balletto e su cosa i danzatori in sala prove devono prestare maggiormente attenzione per renderlo al meglio.“Il balletto non ha una storia, si tratta di persone che si riuniscono in uno spazio e danzano l’una con l’altra. È tutto lì, una grande coreografia sulla bellissima musica di Chopin. C’è un vero senso di comunità nel balletto e come ballerino lo si percepisce. Come tutte le creazioni di Robbins, Dances at a Gathering parla di relazioni, di amore, di amicizia e di vita. La parte più importante è la relazione con l’altro: Robbins era molto preciso al riguardo e sottolineava l’importanza di guardarsi l’un l’altro, danzare l’uno in rapporto con l’altro. Per comprenderlo i ballerini devono avere senso artistico e la giusta sensibilità. È un balletto molto intimo, il pubblico deve avere quasi la sensazione di guardare dal buco della serratura di una porta. Penso che sia meraviglioso che Manuel Legris abbia portato Dances at a Gathering nel repertorio del Teatro alla Scala. È un privilegio e una grande opportunità per i ballerini interpretare questo balletto nella loro carriera, e che regalo per il pubblico poter godere di questo capolavoro!”.
Carla Vigevani