Dalla casa-prigione al paradiso sovietico
Nella Lady Macbeth la casa degli Izmailov è un carcere che divora Katerina. Nell’operetta Mosca, Čerëmuški l’abitazione popolare diventa la promessa del socialismo realizzato. Due visioni che rivelano come il compositore trasformi l’idea di casa in una metafora politica

Il tema della casa e della proprietà terriera è centrale nella Lady Macbeth del distretto di Mcensk. Sia nella novella di Nikolaj Leskov che sta alla base del libretto, sia nell’opera di Šostakovič, la casa di campagna in cui si consuma il dramma di Katerina L’vovna è un luogo di reclusione, un carcere angusto e claustrofobico. Anche se Leskov, nella sua novella, apre degli squarci lirici ˗ per esempio quando descrive la notte d’amore adulterino tra Katerina e il garzone Sergej su un soffice tappeto disteso sotto i rami dei meli in fiore ˗ la proprietà degli Izmailov rimane un purgatorio eterno per la sensuale e inquieta protagonista, la prigione che farà di lei un’assassina. All’inizio dell’opera il suocero Boris Timofeevič la rimprovera perché non è in grado di dare figli al marito: “Tu sei fredda come un pesce ˗ le dice ˗ non ti dai da fare per avere carezze, e così non abbiamo eredi a cui lasciare il capitale e il nostro magnifico podere”. Katerina, invece, è una giovane donna che scoppia di sensualità e di desiderio. Nella prima parte della novella di Leskov, più che una Lady Macbeth, Katerina è una Emma Bovary divorata dalla noia di una vita borghese senza amore e incatenata al capitale. È la noia il motore della follia di Katerina: è la frustrazione del desiderio represso a fare di lei un’assassina e, a seconda di come la si voglia vedere, una rivoluzionaria antiborghese. Katerina, stretta tra le quattro pareti di quella casa, si sente deumanizzata al punto da invidiare le serve e le contadine che almeno possono disporre del loro corpo come vogliono: lei, invece, è poco più di un arredo, di una suppellettile. Il fatto di non riuscire ad avere figli dal marito la rende un incauto acquisto, una macchina agricola fallata da buttare. La bella casa degli Izmailov, con i suoi soffici materassi di piume, la vecchia pendola e il samovar fumante, è un inferno in terra e da luogo di noia e di reclusione diventa per Katerina un luogo di rivalsa, di depravazione e di omicidio. Anche la musica di Šostakovič riflette la noia patologica e l’ossessione della protagonista con i suoi ostinati ritmici e i Leitmotive soffocanti. Katerina chiusa in camera dal suocero, mentre il marito è via per affari, è una belva che continua a fare avanti e indietro nella sua gabbia.
Molti anni dopo la Lady Macbeth del distretto di Mcensk, dopo le censure e le stroncature della Pravda, dopo la Sinfonia di Leningrado e soprattutto dopo la morte di Stalin, Šostakovič decide di scrivere un’operetta. Mosca, Čerëmuški è una leggerissima “commedia musicale sovietica” del 1957 dedicata a un nuovo quartiere di edilizia popolare moscovita chiamato appunto Čerëmuški. L’operetta, che in realtà è già qualcosa di molto simile a un musical, mette in scena diversi aspetti del problema abitativo grazie a vari personaggi. C’è il giovane protagonista Sasha che, da poco sposato con la fidanzata Masha, si accorge che non può andare a vivere con lei per carenza di alloggi, e poi c’è Boris, un esperto di esplosivi da poco trasferito a Mosca che si innamora di Lyusya, una giovane operaia. I “cattivi” sono Fëdor Drebednyov, un burocrate senza scrupoli responsabile dell’assegnazione degli appartamenti popolari, e la sua quarta moglie Vava, una giovane intrigante e spiona. Il libretto viene scritto da due famosi umoristi, Vladimir Mass e Mihail Červinskij, e dietro la commedia musicale nasconde una satira neanche troppo velata delle difficoltà abitative dei giovani sovietici del Dopoguerra, ai quali una burocrazia corrotta e labirintica impediva l’accesso agli alloggi popolari.
Mosca, Čerëmuški va per la prima volta in scena il 24 gennaio del 1959 al Teatro Maâkovskij di Mosca e, sebbene il compositore non ne fosse troppo convinto, ebbe un buon successo. Tanto che nel 1963 ne venne tratto un film, Cheryomushki, con musiche aggiuntive dello stesso Šostakovič. In un duetto del film, Sasha e Masha passeggiano lungo il greto di un fiume. Sono i due giovani sovietici ideali, due sposini in cerca di un nido: lui con giacca di tweed e occhiali dalla pesante montatura di bachelite nera, lei con un abitino bianco stretto in vita e i capelli raccolti in due codine. All’improvviso la scena campestre si trasforma in un idillio modernista: una casetta di legno per gli uccellini dipinta di giallo diventa la maquette di un complesso residenziale ultramoderno, qualcosa di molto simile alla Cité radieuse di Le Corbusier. E poi il modellino diventa realtà, come in certi video pubblicitari dei palazzinari milanesi di oggi, con i loro render animati che sembrano più veri del vero e che promettono delizie residenziali a due passi dal centro della città. Sasha e Masha guardano dalle ampie finestre il comfort di quegli appartamenti così spaziosi, puliti e luminosi, e sognano la loro vita insieme tra aspirapolveri, frullatori e cucine a gas, tutti rigorosamente di fabbricazione sovietica.
Se nella Lady Macbeth del distretto di Mcensk la casa e la proprietà terriera sono una prigione e un simbolo delle storture del capitalismo borghese, in Mosca, Čerëmuški la casa popolare in un moderno quartiere periferico di Mosca diventa la materializzazione del sogno socialista. Il problema è come far avverare quel sogno che a Masha e Sasha viene negato da una burocrazia corrotta e spietata. Quanto alla Pravda, negli anni Trenta non era piaciuta la Lady Macbeth; tanto all’Izvestija piacque moltissimo Mosca, Čerëmuški. “… [Lo spettacolo] era notevole ˗ scrive il quotidiano sovietico ˗ perché Dmitrij Šostakovič, uno dei più grandi compositori dei nostri giorni e un artista nella cui opera prevalgono motivi drammatici e persino tragici, si è rivolto al genere dell’operetta. E questo è un buon segno dei nostri tempi ottimistici!”. Insomma, il sole dell’avvenire splende sulla nuova edilizia popolare moscovita della fine degli anni Cinquanta, mentre le tenebre più oscurantiste avvolgevano quella tenuta che, nella Lady Macbeth del distretto di Mcensk, si trasformava in un castello degli orrori. La casa da incubo dell’opera diventa una casa da sogno nell’operetta, che con le sue arie e i suoi duetti spesso ispirati a canzoni popolari, i suoi spensierati numeri di danza e le marcette parodistiche dedicate ai burocrati cattivi, si apre a un mondo musicale allegro e luminoso. La crudele verità sta, come al solito, nel mezzo, e Šostakovič sembra averlo capito bene: la casa di Katerina era stata ereditata dal marito con la complicità di un sistema economico iniquo, e lei se la prende con l’adulterio e l’omicidio; la casa moderna di Sasha e Masha è invece un’utopia che mai si realizzerà.
Daniele Cassandro