Coreografie quantistiche
Alla vigilia dell’arrivo di Chroma alla Scala, Wayne McGregor riflette sulla ripresa dei suoi lavori e sulla sua ricerca tra danza, neuroscienze e chimica quantistica

La sua arte è rapida e in corsa quanto il suo pensiero. Un fiume di idee, curiosità, brillantezza, Wayne McGregor, CBE dell’Impero britannico, coreografo e direttore di compagnia, nato a Stockport nel 1970. Fondatore giovanissimo di Random, oggi Company Wayne McGregor con oltre trent’anni di vita e di successi alle spalle, è Direttore artistico dal 2017 dello Studio Wayne McGregor, un centro creativo in cui si sperimentano i confini dell’intelligenza fisica attraverso la danza, il design e la tecnologia situato nel vivace campus di Here East, nel Queen Elizabeth Olympic Park della capitale britannica.
Coreografo residente del Royal Ballet di Londra, compagnia per la quale è riuscito a dare voce a un rinnovamento del balletto narrativo con i titoli di successo Woolf Works (in repertorio anche alla Scala), The Dante Project e il più recente MaddAddam ispirato dalla trilogia di romanzi distopici di Margaret Atwood, McGregor ha riconfigurato i codici di movimento del XXI secolo con lavori non convenzionali per la Compagnia londinese come il seminale Chroma o i più recenti Yugen su musica di Leonard Bernstein e Untitled, 2023 creato a partire dall’opera dell’artista minimalista Carmen Herrera.
Poroso a ogni tipo di collaborazione artistica, Wayne McGregor annovera incursioni tanto nell’opera lirica (Orfeo ed Euridice di Gluck) quanto nel cinema (Harry Potter, The Legend of Tarzan,Audrey), nella moda (Soma per COS a Pitti Uomo), nei videoclip musicali (Lotus Flower per i Radiohead) e in concerti virtuali (ABBA Voyage), arrivando a indagare le neuroscienze, le tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale in relazione alla danza per dar vita a sorprendenti opere multidimensionali. In un’incessante sperimentazione dello statuto del corpo oggi e del suo linguaggio definito in una nuova epistemologia non riduzionista, capace di considerare in modo integrato il piano biologico con quello tecnologico ed estetico.
MLB Il Corpo di Ballo della Scala presenta per la prima volta a marzo Chroma, un suo lavoro creato venti anni fa esatti. Un artista “veloce” come lei in che modo vive la ripresa di un titolo così lontano nel tempo?
WM È sempre impegnativo riguardare i vecchi lavori: sei messo di fronte a tutte quelle decisioni che hai preso in quel momento ormai lontano, in un determinato contesto, e a volte è spiazzante. Ma ciò che aiuta lo scorrere del tempo è la capacità di nuovi ballerini di ravvivare quei titoli. Mi entusiasma vedere come corpi e menti di oggi, che lo danzano per la prima volta come accadrà a Milano, possano renderlo vivo iniettandoci nuove energie. Il fatto che Chroma resti un brano molto amato dal pubblico mi conforta, anzi è qualcosa di meraviglioso.
MLB Una creazione che le è valsa la nomina a “coreografo residente” del Royal Ballet, nodale per la sua carriera…
WM Sì, è vero. Credo sia uno degli aspetti più belli del fare arte: non sai mai cosa ti aspetta dietro l’angolo. Incontri un’istituzione, un ballerino o un gruppo di persone che ti danno l’opportunità di lavorare in un determinato modo e qualcosa cambia. Sono al Covent Garden da vent’anni, la previsione era di rimanere tre anni, per cui non posso che celebrare questa relazione davvero bella che si è sviluppata in modo molto naturale.
MLB Lei non ama l’aggettivo astratto per definire alcuni suoi lavori privi di trama come Chroma. Ce lo descrive?
WM “Chroma” significa fondamentalmente assenza di bianco. Volevo creare un ambiente in cui il corpo fosse l’intera idea architettonica. Con John Pawson, autore delle scene, abbiamo immaginato una tabula rasa completa, uno spazio bianco, minimale, dove il tono della pelle del ballerino viene amplificato dal costume. Quando la propensione architettonica della coreografia deriva dai corpi è possibile che tali corpi vengano letti come individui, ma è altrettanto probabile che li si possa leggere come forme architettoniche nello spazio. Per quanto mi riguarda non si tratta mai di pura astrazione, perché sono gli esseri umani a danzare la coreografia, a svolgere il lavoro, e gli esseri umani non sono mai astratti.
MLB Nella sua trentennale carriera ha sperimentato l’espansione del corpo fisico nel metaverso, incontrato le neuroscienze, sequenziato il suo codice genetico (Autobiography, 2017), ha esplorato le tecnologie digitali e ora la composizione coreografica in relazione alle frontiere dell’AI, sospinto dai misteri irrisolti della fisica e dell’astrofisica (Deepstaria e On the Other Earth). La sua proiezione al futuro è innegabile…
WM La cosa più importante per me è che la danza guardi oltre se stessa, che sia connessa con il mondo reale e abbia una cornice ampia. Anche la storia lo ha dimostrato nelle collaborazioni artistiche proposte dai Ballets Russes o dagli autori post-moderni: chi ha saputo guardare oltre il perimetro della propria arte ha sfidato le convenzioni. Penso sia questo il lavoro di un artista, e certamente di un artista contemporaneo. Per me è naturale lavorare con la tecnologia tanto quanto con la musica. Sono cresciuto con la tecnologia, la tecnologia è ovunque intorno a noi. Non direi che sto lavorando guardando al futuro, piuttosto nel presente rispetto al quale però, a volte, siamo un po’ lenti.
MLB Quando è stato il momento in cui, durante la sua formazione come danzatore, ha capito che tutto sulla scena era possibile?
WM All’inizio degli anni Novanta in America. Andai a New York al termine della mia formazione al Bretton Hall College. Lì mi resi conto, nel clima della postmodern dance con Merce Cunningham e John Cage, ma anche Twyla Tharp, Lucinda Childs, Melissa Fenley, Trisha Brown, che non c’erano regole. Tutto era possibile, si poteva provare qualsiasi cosa, si esplorava. È una nostra responsabilità essere avventurieri del movimento, essere sperimentatori, indagatori. Contemplare fallimenti creativi anche, indispensabili per evolvere. Una cosa ho capito: la coreografia come disciplina non riguarda solo ciò che i ballerini eseguono e ciò che fanno in relazione alla musica. La coreografia è una forma d’arte interrelazionale, che richiede di comporre un’opera con un corpo in relazione a tutto il resto. Ed è così che creiamo significato. È così che creiamo significato nella vita. È così che interpretiamo la vita.
MLB Il suo ultimo progetto in ordine di tempo è un libro, We Are Movement: Unlocking Your Physical Intelligence uscito a gennaio 2026. Una esplorazione del rapporto corpo-mente derivato da anni di ricerca con danzatori, atleti, neuroscienziati e antropologi. Ci spiega perché dovremmo tutti “sbloccare” il nostro potenziale fisico?
WM Siamo portati a credere che l’intelligenza risieda nella testa. Pensiamo al QI e al QE, il quoziente intellettivo e l’intelligenza emotiva. Ma non pensiamo all’intelligenza fisica, la più brillante, l’intelligenza che tutti possediamo. Noi ballerini e coreografi siamo esperti in questo, ma non ne parliamo perché non etichettiamo questa abilità, non discutiamo neppure gli elementi di intelligenza fisica che compongono una determinata forma. Da qui l’idea di un libro per condividere con il più ampio numero di persone possibile cosa sia. Comunichiamo continuamente attraverso il nostro corpo. Sperimentiamo il mondo attraverso il nostro corpo.
MLB A proposito di intelligenza del movimento, con quali strumenti attiva il suo processo creativo con i danzatori? È diverso per lei creare per una grande compagnia di balletto rispetto al nucleo di danzatori della sua compagnia?
WM Ho centinaia di strumenti per attivare il processo creativo, e ne invento continuamente. Tutto dipende dalla reattività del danzatore che ho di fronte, indipendentemente dalla sua formazione stilistica e dalla compagnia di provenienza. Fondamentale è costruire una relazione: se non succede perché il ballerino è “trattenuto”, non è curioso o desideroso di provare a far nascere qualcosa insieme, il processo risulta fallimentare. È un dialogo la creazione e in più di trent’anni ˗ grazie anche all’ausilio delle tecnologie che mi aiutano a uscire dalle mie abitudini ˗ non mi sono mai bloccato in sala, ho trovato sempre il modo di lavorare dal vivo con i danzatori e, si spera, di ispirarli in tempo reale. Fare coreografia? Un’esperienza di apprendimento continuo.
MLB Con l’installazione coreografica post-cinematografica On the Other Earth presentata in anteprima mondiale la scorsa estate alla Biennale Danza di Venezia che lei dirige e, successivamente, a Londra nell’ambito della mostra Infinite Bodies, offre allo spettatore un’esperienza immersiva con schermi 3D a 360°, AI e suono spazializzato. In quell’ambiente i corpi si smaterializzano e si teletrasportano. Cosa ne sarà del corpo in “carne e ossa”?
WM I nostri corpi e le nostre menti sono disordinati, biologici e imprevedibili. Per vivere la nostra vita usiamo tutti i nostri sensi in tempo reale e per quanto evoluta l'intelligenza artificiale non sarà mai in grado di replicarli, perché sono unici. Non sono preoccupato che la tecnologia possa sostituire “la carne e le ossa” o il modo in cui percepiamo o proviamo emozioni; sono interessato a colmare il divario tra presenza digitale e presenza dal vivo, a trovare il modo di attivare con essa la nostra empatia cinestetica. In passato le versioni digitali dei corpi apparivano molto inquietanti per cui da spettatore non percepivi un “vero” corpo. Con On the Other Earth, ma anche con il progetto ABBA Voyage, ho cercato di far sentire allo spettatore il corpo, avvicinandolo ai dettagli dei danzatori, a un piede come al loro sudore. Una prossimità ancora più intima del palcoscenico. Poi, una volta stabilito questo contatto, ho fatto “esplodere” quella corporeità per costruire cose fantasiose. Reale e digitale sono più vicini, ma non saranno mai uguali.
MLB Ha già altri progetti per il futuro?
WM Sto iniziando una nuova avventura con l’Università di Oxford dove ho ottenuto una nuova borsa di studio in chimica quantistica. Studiamo una peculiarità dei nostri corpi chiamata interception (intercettazione) su cui le sostanze chimiche plasmano le nostre emozioni. Le faccio un esempio: quando sentiamo la sensazione di fame, sono le sostanze chimiche che ce lo dicono. Quindi ci ritroviamo magari per strada, andando al lavoro, a cercare tutti i posti in cui poter mangiare. Si deduce che la nostra realtà spaziale è plasmata dalla nostra chimica. A teatro, nella danza, lo facciamo continuamente: cerchiamo di plasmare chimicamente il pubblico, provando a far crescere l’adrenalina o di far emergere un’emozione. Quindi il sé chimico è davvero importante. Voglio lavorare con l’intelligenza artificiale quantistica per vedere come possiamo avvicinarci a un’interazione intercettiva. Come lo farò? Non lo so ancora. Ma è il mio nuovo progetto.
MLB Anche Chroma ha un suo risvolto quantistico?
WM Certo. Guardando un corpo impegnato in un movimento virtuoso, lo spettatore è stimolato ed esce da teatro cambiato. Questo è ciò che genera solitamente l’esperienza teatrale. Ed è ciò che cerco di approfondire con il mio lavoro.
Maria Luisa Buzzi