Come costruire un suono tedesco
Il debutto di Alexander Soddy alla Scala, previsto nella prossima Stagione con Così fan tutte, è stato anticipato per le ultime recite di Das Rheingold, titolo che ha affrontato per la prima volta proprio con Simone Young quando era suo assistente ad Amburgo

È Alexander Soddy, nato a Oxford quarantuno anni fa, a dividersi prove e recite di Das Rheingold con Simone Young al Teatro alla Scala. Ormai una presenza stabile sui podi di orchestre e teatri in Europa e negli Stati Uniti, Soddy non è nuovo alla Tetralogia wagneriana, che ha affrontato come maestro collaboratore all’Opera di Amburgo, poi dal 2013 al 2015 a Bayreuth come assistente di Kirill Petrenko, infine dirigendolo integralmente al Nationaltheater di Mannheim, dove è stato per sei anni Generalmusikdirektor. La produzione scaligera arriva di sorpresa, anticipando il suo debutto al Teatro alla Scala di un anno, portandolo in Italia tra le prove e le recite a Berlino e Londra, dove lo raggiungiamo telefonicamente.
AT
Il suo arrivo alla Scala per questo Rheingold è stato piuttosto
improvviso.
AS È
stato tutto così veloce che sono tutt’ora sorpreso che abbia funzionato. Non
avrei mai creduto che tra un Fidelio al Covent Garden, Die Meistersinger
e Fin de partie di Kurtág alla Staatsoper di Berlino sarei riuscito a inserire
anche la preparazione e le recite di Das Rheingold.
AT Un
incastro possibile anche grazie alla preziosa collaborazione con Simone Young.
AS Sì,
è stato davvero un colpo di fortuna. Basti pensare che ho cominciato la mia
carriera oltre vent’anni fa come maestro collaboratore, poi assistente e infine
Kapellmeister dell’Opera di Amburgo proprio sotto la direzione di Simone Young,
che è una collega e un’amica ma all’epoca è stata davvero una mentore per me.
Proprio con lei ho affrontato per la prima volta il Ring e c’è una
naturale affinità nella visione che rende molto più facile affrontare questo
progetto.
AT Non
è complesso dividersi a quattro mani il lavoro in prova e in recita?
AS Non
so se sarebbe possibile in altre situazioni, ma in questo caso possiamo fare
affidamento su una reciproca conoscenza e sull’abitudine a lavorare insieme,
oltre a concordare sui principi di base che devono guidare la preparazione di Das
Rheingold e del Ring in generale. Inoltre, da quando questo progetto
è avviato ci sentiamo quasi quotidianamente per affrontare ogni questione, suddividere
il lavoro alle prove e procedere insieme a costruirlo, mattone dopo mattone.
AT Ha
parlato di principi di base per la preparazione del Rheingold. Quali
sono per lei?
AS Se
dovessi elencarli direi l’attenzione alla costruzione di un suono tedesco
nell’orchestra, la qualità del legato, lo spazio lasciato alla parola e
soprattutto il senso dei fraseggi. Io e Simone Young veniamo entrambi da studi
pianistici e dal lavoro di cesello con i cantanti, con grande attenzione alla
musica come al testo. Ecco, questa attenzione è essenziale in Wagner ed ancor
più nel Rheingold, che per me è un vero e proprio pezzo di
conversazione.
AT Che
cosa intende?
AS Nel
Rheingold, così come in molte opere soprattutto tedesche, la forma di
una frase musicale è sempre guidata dal significato del testo. È la
conversazione a dettare i tempi, nonostante la densa texture sinfonica
delle opere wagneriane. Anche perché il Rheingold introduce e getta le
fondamenta di tutto il Ring, quindi al pubblico vengono fornite molte
informazioni dettagliate ed è importante che arrivino con chiarezza ed
efficacia, tenendo serrato il ritmo dei tanti dialoghi.
AT Quindi
una visione più trasparente e drammatica piuttosto che brumosa e lirica.
AS Esatto,
che poi è conforme alle richieste dello stesso Wagner. Nelle sue note è lui a
insistere più volte sul fatto che la musica debba scorrere, che non si debba
arrestarne il flusso, che non ci si debba abbandonare all’aspetto più
monumentale del suono, né a quello eccessivamente lirico. Ovviamente è
difficilissimo, perché questa musica è talmente bella che ti viene spontaneo
fermarti a delibare ogni singola battuta, ma così si perde la naturalezza
espressiva.
AT Eppure, questo aspetto monumentale di cui parla è rimasto connesso
a Wagner e in particolare al Ring.
AS Certamente vi è un elemento grandioso nel Ring, musicale
e logistico. Basti pensare all’impegno che deve assumersi un teatro, ancora oggi,
per mettere in scena tutte e quattro le opere. Se si pensa a un teatro nel
mezzo di una produzione dell’intero Ring, con la necessità di sdoppiarsi
se non triplicarsi per seguire tutto il lavoro, persino il Marvel Cinematic
Universe non ti sembra poi così impressionante!
AT Parlando
di un elemento centrale nella preparazione del Ring, come si seguono i
cantanti per Das Rheingold, anche considerando l’impatto di quest’opera
sui restanti capitoli della Tetralogia?
AS Non
è un compito semplice e il cammino è irto di ostacoli. Il primo sta già nella
frammentarietà delle quattro diverse opere che, scritte a distanza di anni,
pongono ognuna una sfida diversa tanto al direttore quanto all’orchestra e al
cantante. Quando lavori sul Rheingold devi sempre tenere presente quali
saranno gli sviluppi successivi e molta responsabilità resta al singolo
interprete, che deve essere sempre consapevole di come ogni gesto si inserisca
nell’intera Tetralogia. Anche per questo aiuta davvero molto avere un cast
eccellente, con cantanti che hanno già affrontato l’intero Ring almeno
una volta, come è il caso del cast che avremo alla Scala, e che dunque hanno
già presente come si collocano nella totalità di questo affresco.
AT Immagino
sia facile farsi intimorire dalla vastità di un simile compito.
AS Ah,
facilissimo. Però, quando cominci ad affrontarlo, ti rendi conto che il lavoro
sul Ring non è poi così diverso da quello su un’opera di Mozart. Il
livello di dettaglio che devi ricercare con l’orchestra come con i cantanti è
lo stesso, perché è solo grazie alla cura di quei tanti piccoli elementi, come
un ritmo, un fraseggio, un suono, una transizione, che poi l’impalcatura di
tutte e quattro le opere sta insieme.
ATL’Orchestra
della Scala viene dall’esperienza dei Gurre-Lieder con Riccardo Chailly
e da un ottimo Rosenkavalier. Pensa sia comunque una sfida per
un’orchestra italiana trovare il “suono tedesco” di cui parlava?
AS Assolutamente
no, ormai l’ambiente musicale è completamente internazionale. Io stesso sono un
inglese che ha vissuto vent’anni in Germania ed è cresciuto tra Belcanto, Verdi
e Puccini. Il livello dei musicisti di un teatro come la Scala è talmente alto,
che in un secondo l’orchestra riesce a cogliere lo stile e il carattere che
quella musica richiede. Sicuramente ci saranno cose su cui lavorare, come la
cavata degli archi, l’attenzione alle lunghe frasi, il rilievo dato alle ampie
strutture sinfoniche, ma non è da sottovalutare la flessibilità, l’ascolto, il
senso del dramma che ti dà la lunga frequentazione con il repertorio italiano.
AT Mi
sembra che, nella sua visione, teatro e sviluppo sinfonico abbiano in Wagner uguale
rilevanza.
AS Perché era tra gli obiettivi dello stesso Wagner trovare un
modo per cui lo sviluppo sinfonico non differisse dalla semantica del teatro di
parola. Basti pensare a come dia forma ai vari Leitmotive, modellandoli perché
possano incastrarsi, combinarsi e dialogare come in un dramma di prosa. Se si
cerca di affrontare Wagner, e in particolare proprio Das Rheingold,
unicamente dal punto di vista sinfonico-musicale, si perde in partenza. Per
fare un esempio, ci sono intere sezioni in cui i cantanti sono completamente
soli, giusto un paio di accordi di sottofondo. Ecco, quel momento non è
separato da ciò che lo precede e lo segue e come direttore non puoi lasciare
che il cantante si sieda da qualche parte e canti la sua aria incurante, devi
assicurarti che venga mantenuto sempre lo stesso ritmo drammatico, altrimenti
la struttura non regge.
AT Dopo
Wagner, come sarà tornare alla Scala con il Così fan tutte di Mozart
nella prossima Stagione?
AS Questo
Rheingold è stato una sorpresa e una fortuna perché, se c’è una cosa che
amo del mestiere di direttore, è che ti richiede di costruire un rapporto con i
musicisti, passo dopo passo, per poterne tirare fuori il meglio. Sono quindi
ancora più felice di avere già l’occasione di compiere un secondo passo e di
farlo con Mozart, che è un ritorno alle origini, alle basi di tutto ciò che
facciamo in teatro e come musicisti.
Alessandro Tommasi
Giornalista e organizzatore, ha studiato management culturale e pianoforte, scrive per Amadeus, Quinte Parallele, Le Salon Musical ed è membro dell’Associazione Critici Musicali