Cenerentola non abita più qui

Favola edificante, icona patriarcale o feticcio pop (ma anche porno), Cenerentola è stata raccontata migliaia di volte, oltre che criticata, ma il suo mito non tramonta mai
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Nel 1981 la psicoterapeuta americana Colette Dowling pubblicò un libro intitolato The Cinderella Complex: Women’s Hidden Fear of Independence (Il complesso di Cenerentola: la paura nascosta delle donne di essere indipendenti). La sua idea, ben radicata nel femminismo della seconda ondata, era che la cultura patriarcale instilla nelle donne un senso di inadeguatezza, anzitutto economica, che le porta ad accettare una posizione passiva, subalterna e dipendente. La protagonista della favola di Cenerentola non ha nessuna spinta verso il miglioramento della sua condizione: dorme accucciata accanto al fuoco spento, è una sguattera sempre sporca di fuliggine e viene considerata brutta e insulsa dalle sorellastre e dalla matrigna. Pur avendo origini nobili, il suo valore nel borsino delle debuttanti è pari a zero. La sua unica speranza di salvezza è in un intervento esterno: un principe che la sposi e la porti via da lì. Per arrivare a quell’obiettivo finale che, per usare ancora il lessico femminista, altro non è che vedersi riconosciuta come “ancella del patriarcato”, Cenerentola avrà bisogno della magia, quindi dell’intervento esterno per eccellenza. La fata madrina è un deus ex machina che cala dall’alto per condurre Cenerentola verso un lieto fine che la vedrà trasformarsi da docile sguattera in docile moglie. E a Cenerentola non va neanche troppo male: rispetto a Biancaneve o ad Aurora (La bella addormentata nel bosco) le viene almeno risparmiato il coma e il risveglio con il bacio del principe, una metafora neanche troppo velata di quelli che dovranno essere i suoi doveri di moglie tra le lenzuola. Cenerentola in compenso ha la prova della scarpetta di cristallo che in altre versioni della favola è un anello o un bracciale, anche quella velata di un sottile e feticistico sottotesto sessuale: quel piedino minuscolo scivola in una calzatura trasparente che lo contiene come un oggetto d’arte e di adorazione, una sorta di squisita porcellana umana.

Come tutte le favole della tradizione europea, Cenerentola ha un’origine antica e mille varianti. I nodi della vicenda sono però sempre quelli che la rendono ancora oggi così affascinante e così problematica: la nobiltà non riconosciuta, l’ostilità di donne invidiose (matrigna e sorellastre), l’intervento magico che la trasforma da sguattera a reginetta del ballo, un passaggio iniziatico-sessuale (la prova della scarpetta, del bracciale o dell’anello) e l’arrivo di un maschio che la redime riportandola sulla retta via del matrimonio e della riproduzione. Quello che rende così affascinante e così bizzarra la Cenerentola di Rossini è l’assenza dell’elemento magico. O meglio, l’apparente assenza, perché la magia nella sua opera buffa è tutta nella musica che trasfigura Angelina, la protagonista, senza bisogno di zucche o bacchette magiche. Il rapinoso rondò finale, con le sue variazioni e abbellimenti, rende Angelina più bella e radiosa di qualunque principessa Disney.

Rossini, già nel 1817, anno della prima rappresentazione di Cenerentola al Teatro Valle di Roma, aveva colto i nodi salienti della favola intessendoli in una deliziosa farsa musicale. La totale marginalità di Don Ramiro, il principe azzurro, è un elemento già quasi disneyano: il maschio alfa, nell’opera rossiniana come nei film delle più storiche principesse Disney (Biancaneve e i sette nani, La bella addormentata nel bosco e Cenerentola), è solo uno strumento, un tramite per la trasformazione della protagonista da serva marginalizzata a signora docilmente inserita nella società.

Il fascino simbolico e problematico di Cenerentola ha catturato la cultura pop per decenni. La Cenerentola di Walt Disney (1950) mi ha sempre fatto pensare a Grace Kelly. Peccato che mentre Disney realizzava il suo cartoon, Grace Kelly era ancora solo una modella e che il suo primo film, 14ª ora, sarebbe uscito nel 1951. Eppure quel genere di donna, la fanciulla bionda e naturalmente elegante destinata a diventare principessa, era già nell’aria in quei primissimi anni Cinquanta. E in generale la storia della scalata sociale di Cenerentola era molto in linea con i valori dell’America di quel decennio, tanto conservatrice nelle dinamiche di genere quanto aggressiva e disinvolta dal punto di vista economico. E poi c’era una diffusa mania per nobili e teste coronate: l’incoronazione nel 1953 di una giovanissima Elisabetta II aveva fatto rientrare nell’immaginario ancora traumatizzato del Dopoguerra le carrozze dorate, gli ermellini e le parate di corte. La fortuna anni Cinquanta di questa fiaba fu coronata nel 1957 dal musical televisivo Cinderella scritto da Rodgers e Hammerstein con una Julie Andrews giovanissima ma già rassicurante e pudicamente asessuata come la vedremo qualche anno dopo in Mary Poppins.

Con gli anni Sessanta e Settanta cambiano le sensibilità e le priorità e Cenerentola diventa oggetto di riletture parodistiche più o meno scollacciate. Sinderella (sic) and the Golden Bra, (Cenerentola e il reggiseno d’oro) è un musical del 1964 in cui la nostra eroina fuggendo dal ballo non perde la scarpetta ma il capo di biancheria intima del titolo. Inutile dire che è un film con molte scene di topless e che il giovane regista John Waters, “il papa del trash” che esordiva proprio in quell’anno col suo primo cortometraggio, non poteva non aver visto e apprezzato. Nel 1977 l’attore Michael Pataki (Easy Rider, Airport 77 e Rocky IV) diresse una surreale parodia soft porno e vagamente burlesque di Cenerentola e dal 1970 a oggi sono uscite centinaia di versioni pornografiche della favola. Una ricerca veloce su siti specializzati come YouPorn e xHamster dà una quantità enorme di risultati: a occhio direi che Cenerentola in questo campo batte Biancaneve.

La favola di Cenerentola nei decenni è stata raccontata migliaia di volte, è stata criticata, smontata, ricontestualizzata, sfruttata commercialmente, ridicolizzata e vilipesa. Eppure rimane una storia vivida nell’immaginario pop che viene costantemente ripescata proprio per quei valori che ciclicamente vengono messi in discussione e criticati. Quando, nel 1997, si è trattato di riadattare il musical televisivo di Rodgers e Hammerstein per un pubblico nuovo (e afroamericano) si è deciso di affidare la parte della protagonista alla cantante Brandy Norwood (già parte del duo di grande successo Brandy e Monica) e quella della fatina buona niente meno che a Whitney Houston.

Daniele Cassandro