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Lohengrin

Richard Wagner

Verdi al cospetto di Lohengrin

 

[...] Come tutti sanno, appunto il Lohengrin fu la prima partitura di Wagner ad essere eseguita in Italia, il 1° novembre 1871, al Teatro Comunale di Bologna; diretta da quell’Angelo Mariani che, oltre a servire la causa wagneriana e quella della editrice Giovannina Lucca (acerrima nemica di Casa Ricordi), voleva anche fare un dispetto a Giuseppe Verdi, il quale gli aveva alienato gli affetti di Teresina Stolz. Come dire che, per soverchiare un editore e un artista “nostrani”, la Lucca e il Mariani s’erano valsi d’un espediente addirittura classico, nella storia d’un Paese come il nostro, fatta di faide di Comune: quello di chiamare in aiuto lo straniero. Da Bologna, poi, il Lohengrin era passato in altre nostre città; e, nonostante le accoglienze fossero a volte tempestose, s’era affermato come l’esemplare “italianizzante” dell’arte wagneriana.
L’opinione era stata sostenuta dallo stesso Verdi. Lo scalpore suscitato dall’apparizione del Lohengrin fra noi era stato tale, infatti, ch’egli s’era deciso ad andare a controllare di persona la situazione; ed era arrivato a Bologna il 19 novembre 1871, per assistere alla replica annunziata per quella sera, sperando – ma invano – che la sua presenza non venisse notata. Aveva seguito da un palco lo spettacolo, con uno spartito ch’era andato postillando d’annotazioni. Possediamo quello spartito. Le annotazioni sono centoquattordici, fra cui settantotto di severo biasimo, specie per il direttore interprete. Stupisce soprattutto l’annotazione relativa al sublime preludio: «bello ma riesce pesante per le continue note acute dei violini»; ahimè: talmente era lontano Giuseppe Verdi da quella musica, da non intendere nemmeno il valore timbrico essenziale del Lohengrin, quello che s’afferma appunto col diafano “coro” dei violini soli, portato nel registro sovracuto! E, nell’ultima pagina dello spartito, ecco il giudizio verdiano conclusivo:

Impressione mediocre. Musica bella quando è chiara e vi è il pensiero. L’azione corre lenta come la parola: quindi noia. Effetti belli di stromenti. Abuso di note tenute e riesce pesante. Esecuzione mediocre. Molta verve ma scarsa poesia e finezza. Nei punti difficili, cattiva sempre.

Ma dodici anni dopo, alla notizia della morte di Wagner (13 febbraio 1883), Verdi, in una lettera a Giulio Ricordi destinata a divenir famosa, aveva commentato magnanimamente:

Wagner è morto! Leggendone ieri il dispaccio ne fui, sto per dire, atterrito! Non discutiamo. È una grande individualità che sparisce! Un nome che lascia un’impronta potentissima nella storia dell’Arte! La sua musica, per quanto lontana dal nostro sentimento fatta eccezione pel solo Lohengrin, è musica dove c’è vita, sangue e nervi; dunque è musica che ha diritto di restare. [...]


(Teodoro Celli, Il Cigno del Cavaliere, programma di sala del Lohengrin, Teatro alla Scala, Stagione 1982-83, p. 53)


 

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