print

Falstaff

Giuseppe Verdi

Note di regia

Il fascino personale di Falstaff

Robert Carsen
 

Il capolavoro

Falstaff non è solo l’ultima opera di un compositore di quasi ottant’anni, ma l’originalissimo capolavoro di un Verdi divenuto nella tarda maturità un maestro assoluto nell’arte del teatro musicale. La sorprendente vitalità di Falstaff sarà sempre nel cuore del pubblico, non solo perché è un’opera di grande valore e straordinaria inventiva, ma in quanto pièce di teatro piena di gioia di vivere, miracolosamente composta da un uomo molto anziano: paradossalmente Falstaff è una celebrazione della vita che sembra avere in sé l’energia di un giovane. È un’opera che trovo assolutamente straordinaria sotto ogni punto di vista ed è inoltre un vertice dell’arte di ogni tempo che ha anche il pregio di essere divertentissima. Portare questa nostra produzione di Falstaff alla Scala è per me un grande onore per almeno due motivi. Noi andiamo in scena dopo l’allestimento di quest’opera firmato da Giorgio Strehler, che è stato uno dei massimi registi che io conosca; inoltre la Scala è il teatro in cui Falstaff è stato rappresentato per la prima volta, con Verdi ancora vivo: una grande emozione. Nell’anno del bicentenario della nascita del musicista, con Falstaff messo in cartellone insieme ad altre opere giovanili, siamo nelle migliori condizioni per osservare lo sviluppo del suo stile e l’evoluzione della sua scrittura. Ed è fantastico vedere la ricchezza e la complessità musicale inventate da questo vecchio geniale che ha saputo rinnovarsi e ringiovanire alla fine della sua vita come pochi altri artisti della storia.

La festa

Falstaff è una commedia sociale, raccontata con uno sguardo molto acuto su una parte della società. Però l’intreccio non si limita al gioco delle situazioni tragicomiche, ma arricchisce la buffa vicenda con un grande approfondimento dell’animo umano: pensiamo alla gelosia di Ford, alla malizia delle “comari”, all’innocenza dei giovani,ma anche alla loro astuzia. Naturalmente vi si sviluppano temi consueti nella commedia, come la contrapposizione dei giovani contro gli anziani, ma direi che il tratto saliente dell’opera è proprio la sua vitalità, quell’ingordigia della vita, quello stesso appetito che si ha per il buon cibo o per le buone bevande. In questo senso Falstaff è un’opera molto sensuale. Per interpretare l’opera come una celebrazione dei sensi, ho voluto spesso inserire situazioni in cui si mangia e si beve: c’è sempre il piacere del pranzare o del cenare insieme. L’opera stessa termina con una festa. Nello spartito ci sono spesso parti in cui i personaggi cantano insieme o si parlano quasi addosso: per me anche questa caratteristica riporta all’idea di festa che io vedo nell’opera, in cui spesso si festeggia e ci si intrattiene in allegria. Pensiamo per esempio a quando Ford dice, verso la fine dell’opera, “e poi con Sir Falstaff tutti andiamo a cena”. (E qui mi permetto di osservare che un inglese istruito non userebbe mai l’espressione ‘Sir Falstaff’, che non è corretta: si può dire ‘Falstaff’, ‘Sir John’, ‘Sir John Falstaff’ ma non ‘Sir Falstaff’! Oppure si tratta di una piccola licenza poetica di Boito. O forse Boito voleva mostrare che un “nuovo ricco” borghese come Ford non è in grado di formulare correttamente un titolo nobiliare…).

La malinconia

Falstaff è una commedia particolare, unica. Vi sono situazioni drammatiche, come l’ossessionante gelosia di Ford. Noi spettatori siamo naturalmente protetti dall’immedesimazione e da un’emozione eccessiva, perché sappiamo sin dall’inizio che è tutto uno scherzo e ci sarà il lieto fine. Ma l’opera è stata scritta da Verdi, un musicista intimamente portato per l’approfondimento emotivo. E nell’opera, pur divertentissima, c’è anche una certa malinconia, questo profumo d’autunno, soprattutto nel carattere di Falstaff. Anche se è un uomo pieno di vanità, che dovrebbe per questo apparire ridicolo, egli emana anche un po’ di tristezza. Nel suo personaggio cogliamo che la vita è breve, che un giorno o l’altro arriva la fine. Nell’opera c’è questo senso del tempo che passa, soprattutto per lui, nobile cavaliere, che è l’espressione di un’altra epoca ormai conclusa. Questo sentimento si sente molto in Shakespeare e Verdi lo ha colto alla perfezione. Aggiungerò che la vanità di Falstaff aveva le sue ragioni, e lui non era del tutto fuori strada nel pensare che le signore di Windsor potevano anche essere attratte da un tipo di uomo come lui, malgrado il fisico appesantito.

L’opera italo-inglese

La coproduzione tra Milano e Londra segna una particolare coincidenza. Consideriamo innanzitutto che Falstaff è un’opera “molto italiana”, perché scritta da Verdi e musicata in lingua italiana. Prendiamo però anche atto che si tratta di un’opera “molto inglese”, non solo perché derivata da Shakespeare, ma perché (a differenza per esempio di Otello) si svolge effettivamente in Inghilterra e mette in scena tipici caratteri inglesi. Falstaff è ambientato a Windsor, una località vicinissima a Londra. In questa cittadina si vive una particolare atmosfera sociale: c’è il vecchio aristocratico impoverito, Falstaff, che pensa ancora di potersi permettere quel che gli pare in quanto appartenente al ceto nobiliare; poi c’è la nuova middle class emergente, rappresentata da Ford, concentrata sull’importanza del denaro, ma che non possiede l’eleganza dei modi aristocratici. Borghesi senza stile, da un lato, e un nobile squattrinato, dall’altro, che incarna il ricordo della tramontata epoca precedente. Questo tipo di conflitto di classe non è certo tipico solo della Gran Bretagna,ma anche di altri paesi, come per esempio l’Italia. È stato interessante creare una produzione che possa funzionare per entrambe le culture, italiana e inglese. Pensando a Falstaff, mi è venuta in mente l’Italia e soprattutto Milano, dove è molto apprezzata la moda inglese maschile. Ho pensato che quando gli uomini italiani indossano il tweed, il blazer, le scarpe classiche Oxford, l’insieme rappresenta un’eleganza molto diversa da quella inglese. Trovo l’effetto della fusione - l’italianità vestita all’inglese - molto divertente. Qualcosa del genere avviene anche nel Falstaff: pensiamo in quest’opera al parlare affrettato degli italiani che esprimono concetti e conversazioni tipicamente inglesi. Il libretto, per esempio le frasi che Arrigo Boito mette in bocca al protagonista, è stato scritto con molta eleganza e grande talento. C’è la straordinaria ricchezza di linguaggio di un letterato colto e inventivo. E la ricchezza si traduce spesso in rapidità dell’espressione. In questo spettacolo ho cercato di evidenziare questa velocità, questo parlare affrettato, di assecondare insomma la travolgente verve dell’opera. E c’è alla fine anche questo messaggio shakespeariano del “Tutto nel mondo è burla!”: noi siamo solo degli attori della nostra vita, destinata a finire come si conclude una rappresentazione. Questa straordinaria intuizione della poetica di Shakespeare si sente molto anche nell’opera. E in una commedia come Falstaff, lo splendido finale ci dice che dobbiamo ridere di noi stessi perché siamo in effetti così ridicoli nelle nostre complicazioni, nell’importanza esagerata che diamo ai nostri minuscoli problemi. “Tutto nel mondo è burla!” è una festa e insieme una visione del mondo, l’invito a vederlo in modo sano e giusto.

La caccia anni Cinquanta

Abbiamo ambientato l’allestimento di Falstaff nel Novecento, nell’Inghilterra degli anni Cinquanta. Era quello un periodo in cui esisteva un tipo di scontro di classe molto forte. In quegli anni sorge la nuova middle class, una realtà molto sentita anche negli Stati Uniti. È il momento in cui si percepisce il problema dell’aristocrazia inglese che, dopo la Seconda Guerra Mondiale, è entrata in una fase di declino. E il protagonista di questa produzione ha molta nostalgia del suo passato, l’epoca eduardiana. Il libretto di Falstaff, se si legge con attenzione, ha numerosi riferimenti alla passione tipicamente inglese della caccia. Vi si accenna anche a donne che vanno a caccia, a differenza di quanto avviene in altri paesi. Nel nostro spettacolo abbiamo posto l’accento anche su questo aspetto. L’opera termina nella foresta di Windsor, tipico luogo di caccia, anche se il bosco è pure simbolo di confusione sessuale, come in altre commedie di Shakespeare, per esempio il Sogno di una notte di mezza estate. In quest’ultima parte, con l’apparizione dell’elemento fantastico, la musica è molto più lirica, poetica, onirica, e usciamo dall’ambito della commedia. Nell’ultima scena Verdi ha anche momenti musicali molto romantici, di grande espansività melodica che sembrano in contrasto col resto dell’opera, in cui tutto è brio e ritmo. Queste meravigliose parti liriche spiccano e risultano così efficaci proprio perché emergono all’improvviso dal contesto musicale della commedia. La regia deve seguire in modo chiaro e con precisione il gioco di questa alternanza.

L’arguzia

Per mettere in scena Falstaff, ho considerato vere le parole del protagonista, dette verso la fine:

Ogni sorta di gente dozzinale
mi beffa e se ne gloria;
pur, senza me costor con tanta boria
non avrebbero un briciolo di sale.
Son io, son io, son io che vi fa scaltri.
L’arguzia mia crea l’arguzia degli altri.

Il suo spirito è l’assoluto motore della serata. Il suo fascino suscita la gelosia di Ford, che lo considera un’autentica minaccia sessuale. Ford è un “nuovo ricco” insicuro nei comportamenti, ed entra in paranoia di fronte ai modi manierati e fascinosi di Falstaff. Il quale, per tradizione, ha un suo savoir-faire e un suo modo di risultare attraente. Anch’io lo considero “un gran seduttore”, come canta Alice, sebbene in quel momento lei lo dica recitando. Alice è una moglie abbastanza soddisfatta del proprio marito, però trova interessante anche il suo corteggiatore. Io personalmente Falstaff non lo trovo per niente ridicolo: se mai un po’ stravagante. Mentre è Ford a sembrarmi veramente ridicolo. In entrambi i personaggi c’è questa esagerazione del genere comico, ma con delle differenze. Falstaff è un opportunista solo all’inizio: è interessato alle donne perché spera di approfittare del loro denaro. Però il problema contingente della mancanza di contanti dovrebbe essere superato quando riceve la borsa di monete dal signor Fontana. Falstaff inizia invece egualmente l’avventura amorosa, per passione, e da molti aspetti si comprende che è un uomo generoso, con una sua umanità, a differenza di Ford. È vero che Falstaff è una persona che si dà grande importanza, e la cosa lo mette in cattiva luce agli occhi del pubblico. Ma come potremmo passare una serata in sua compagnia se non avesse anche delle qualità? A me Falstaff piace e lo trovo una forza della natura che non va giudicata. Trovo la sua giusta definizione nelle sue stesse parole “son io, son io…che vi fa scaltri”. E poi ci sono gli altri. I giovani innamorati, Fenton e Nannetta, sono due ragazzi veramente deliziosi. Lui è nel complesso un innamorato convenzionale e direi che lo conosciamo poco. Lei, però, è un carattere molto determinato nell’ottenere alla fine il fidanzato che ama, se pure aiutata dalla mamma. Nel testo originale di Shakespeare è interessante la continua discussione sulla ricchezza. Ed è una novità parlare così tanto di soldi: di Falstaff che non ha soldi, di Ford che ha soldi, e perciò non vuole che Nannetta sposi Fenton perché è troppo povero, mentre Dottor Cajo è un medico ricco, anche se, come marito, tutti, tranne Ford, si rendono conto che è una scelta impossibile perché troppo vecchio per Nannetta…Ford è un “nuovo ricco”molto rozzo, troppo sensibile al denaro: gli mancano l’umanità, l’anima e la delicatezza poetica per capire sua figlia; gli manca persino l’idea di cosa siano effettivamente l’amore e la sua importanza nella vita. E tutto questo non piace a sua moglie Alice. Mi sembra però che ogni iniziativa di Alice finisca per dare alla loro relazione di coppia nuove opportunità per migliorarla. Tutta la dinamica della vicenda inizia con Alice e Meg, queste due “comari” che non apprezzano il fatto che Falstaff abbia scritto a entrambe una lettera d’amore; aggiungerei: anziché a una sola di loro… Si divertono nel punirlo con una trappola,ma la cosa si complica, e la vera punizione arriva con lo “stress” da gelosia di Ford. Il resto di conseguenza. E la miracolosa perfezione dell’opera sta nel fatto che ogni personaggio abbia la sua giusta posizione, mentre l’energia della scrittura musicale crea la fantastica struttura di una macchina teatrale perfetta.

(a cura della redazione)
 

CERCALA MIA SCALA
 
Teatro alla Scala