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Die Frau ohne Schatten

Richard Strauss

Soggetto

Atto primo

 
L’Imperatore delle Isole Sudorientali è sposato con una fanciulla-fata che egli si è conquistato durante una caccia.
 
Quella volta da una bianca gazzella che una sua freccia aveva colpito al collo, gli era balzata incontro una donna bella e giovane, la figlia del Re degli spiriti. Ella, da quando è sposata, ha perso il dono fatato di potersi trasformare in un animale, tuttavia non appartiene neppure interamente agli uomini, perché non getta ombra e non si sente madre: le due cose sono identiche, il segno e il suo contenuto. Ne gioisce la Nutrice che l’ha seguita e che prova un fosco odio per l’umanità e anche per l’Imperatore. L’irato Re degli spiriti manda segretamente suoi messaggeri che conversano con la Nutrice; ma di ciò nulla sanno l’Imperatore e l’Imperatrice e trascorrono uniti notti felici.
 
Di giorno però l’Imperatore cavalca a caccia e l’Imperatrice resta sola con la Nutrice. Così è una mattina: ed ecco che nel giardino solitario un Falco volteggia attorno al padiglione nel quale abita la sposa dell’Imperatore, perché egli la tiene lontana dagli uomini. È il Falco preferito dell’Imperatore, che era fuggito via dal giorno di quella caccia quando era stato d’aiuto nel catturare la bianca gazzella. Ora si avvicina come se avesse un incarico superiore: e gli dà autorità un talismano stretto negli artigli. Il suo grido triste e minaccioso l’orecchio dell’Imperatrice l’intende come fosse voce umana: «Il termine scadrà presto, eppure l’Imperatrice non getta ombra – bisogna dunque che l’Imperatore diventi pietra». Il cuore dell’Imperatrice comprende perché una cosa dipenda dall’altra: ella è uscita dal suo cerchio demonico,ma il possessivo piacere amoroso dell’Imperatore non ha chiuso intorno a lei il cerchio del mondo umano.
 
Ella sta tra due mondi, non liberata da uno, dall’altro non accettata: dunque la maledizione colpisce lui, non lei, perché lui si è reso colpevole di un amore egoistico. Questo ella comprende e ne ha terrore, ma si accrescono in lei audacia e forza per fronteggiare la minaccia: vuole conquistarsi un’ombra, a prezzo di qualunque sacrificio. La Nutrice è un essere di natura mefistofelica; la conoscenza che essa ha del mondo umano è acuta e spietata. Sa che esistono lacci, irretito nei quali nessun essere umano si libera se non pagando con la sua ombra. E un’ombra così si potrebbe acquistare. L’Imperatrice l’esige, ubbidisce la Nutrice, entrambe si avviano verso il mondo degli uomini. 
 
Barak il Tintore non è più un giovane, ma è laborioso come nessun altro e forte come un cammello. Lavora per una donna che è giovane, graziosa e scontenta, e per tre fratelli. Si sentirebbe benedetto se potesse faticare anche per una moltitudine di figli. Ma anche queste nozze sono ancora sterili come quelle lassù tra l’Imperatore e la figlia del Re degli spiriti. Nella casa del Tintore, in questa misera esistenza, entrano l’Imperatrice e la Nutrice, tutte e due travestite, e il viso raggiante della fanciulla-fata è coperto di una tinta scura.Alla Moglie del Tintore si offrono come serve. Alla prima occhiata la Nutrice ha indovinato che questa bisbetica, giovane e asciutta, è una donna dalla quale si può ottenere l’ombra; che per bei vestiti e monili di perle e per spasimanti dietro la porta del cortile cede l’ombra e con essa i figli non-nati – perché sono due cose che stanno insieme, come il segno e il suo contenuto.
 
Con modi di mezzana e di fattucchiera la vecchia raggira la giovane donna con gesti e discorsi, con equivoche sentenze e seducenti fantasmi. Le prepara la tavola con pietanze mai gustate, le promette un benessere senza pari e gliene soffia l’immagine come una febbrile allucinazione. E conclude il patto col quale la Moglie del Tintore dà via in anticipo la sua ombra. Muta l’Imperatrice assiste: comprende appena quel tristo commercio, dal quale ella tuttavia avrà un vantaggio. L’affare è concluso, d’un tratto le ospiti sono scomparse, la Moglie del Tintore è di nuovo sola. Ma dalla padella in cui sono in lenta cottura sette pesciolini, ella ode le voci dei suoi figli non-nati che gemono e piangono dall’oscurità. Un freddo sudore le riga la fronte, con passo incerto ella si getta in un angolo su una fascina di sterpi, poi nel letto.Tranquillo entra frattanto in casa il robusto Tintore. Si trova solo, il letto coniugale è stato brutalmente diviso in due. La Moglie mantiene così il patto che ha concluso con la strega.
 
Dall’esterno giunge l’eco di voci: è il canto dei Guardiani notturni che esaltano le nozze e la maternità: Voi sposi, che amandovi giacete abbracciati, voi siete il ponte, steso sopra l’abisso, su cui i morti tornan di nuovo alla vita! Santificata sia l’opera del vostro amore!
I due sposi in casa giacciono silenziosi, ognuno per sé nel suo letto.
 

Atto secondo

 
Le prove cominciano; è infatti necessario che tutti e quattro siano purificati, il Tintore e la Moglie, l’Imperatore e la fanciulla-fata, troppo torbidamente terrena una coppia, troppo superba e lontana dalla terra l’altra. Con una seducente apparizione, il fantasma di un giovinetto languido e sensuale, la Nutrice attira la giovane donna sulla via del male. Se il Tintore non è in casa, ecco che c’è il giovinetto. La Moglie del Tintore crede di odiare il suo sposo semplice e generoso; le sembra che sarebbe una cosa da nulla ingannarlo, eppure non lo fa. È certo però che la Nutrice se la conquista passo passo. Barak il Tintore non sa che cosa accade in casa, né che cosa nell’animo di sua Moglie.
 
Ma nel suo cuore semplice e buono sente un peso sempre più grave. Avverte che qualcosa lo minaccia; è come se qualcosa gridando gli chiedesse aiuto. Sono le voci – a lui sconosciute – dei suoi figli nonnati? Sono loro, infatti, in gioco – loro e l’ombra. In questo gioco maligno è implicata l’Imperatrice, innocentemente colpevole. Indecisi passano per lei i giorni nella casa del Tintore. Di notte – nel padiglione della falconeria – ella vede, nei suoi sogni angosciati, lo sposo aggirarsi per una foresta desolata, solo nel suo orgoglio, consumato da un egoistico sospetto, il cuore già pietrificato; e lo vede mentre spaventato lo accoglie la porta di un tempio, un luogo rupestre, simile a un sepolcro – quale destino lo attende? Le risponde l’angoscia dall’intimo dell’animo, riecheggia in lei il grido del Falco: «La donna non dà ombra, l’Imperatore sarà di pietra».
 
Con un profondo tumulto del cuore ella scuote da sé i presagi del sogno – ma i suoi giorni sono anche più pericolosi delle notti: il mondo umano la avvolge. Una figlia degli spiriti non può dimorare impunemente tra gli uomini; a differenza della Nutrice, che ha una natura demoniaca inferiore, alla vicinanza degli uomini ella non è immune. In lei il ribrezzo dell’estraneità si ritrae presto di fronte a un sentimento più puro; a lei, attratta nell’intimo verso gli umani, parla l’occhio semplice del Tintore. La sua indole la commuove. E ben presto ella comprende di essere in colpa verso quell’uomo candido, che deve essere defraudato della sua felicità a vantaggio di lei. È arrivata la terza notte: con demoniaca volontà la Nutrice si adopera per il compimento del patto. È come se a lei ubbidissero cielo e terra, così grave è la tenebra che opprime tutti.
 
Dai Fratelli del Tintore prorompe un gemito di angoscia, come di animali prima del terremoto, dalla bocca della Moglie parole incontenibili e selvagge. Ella si accusa di ciò che ha commesso non nei fatti, bensì in una temeraria anticipazione della volontà, rifiuta allo sposo la fedeltà coniugale e gli grida in faccia di aver venduto l’ombra, di essersi sbarazzata in anticipo dei figli non-nati. Al cenno di Barak i Fratelli accendono un fuoco; con un urlo Barak lo accerta, con un urlo i Fratelli lo confermano: per una stregoneria la giovane donna sotto gli occhi di tutti sta davanti al fuoco e non dà ombra. La Nutrice esulta: ecco che nella lettera e nello spirito l’accordo è attuato.
 
Una ha ceduto l’ombra, l’altra può ghermirla. Ed ecco che Barak si è ingigantito in quell’attimo spaventosamente risolutivo; la sua bocca, che prima non ha mai conosciuto una parola dura, decreta la morte. Nelle sue mani dall’alto cade sfolgorante una spada di giustiziere: l’hanno gettata giù i Non-nati per armare la mano del padre contro la madre malvagia che vuole serrare loro la porta della vita? Con un segno tale la Nutrice non si sente più al sicuro. Sono in gioco potenze superiori, lei lo avverte, di fronte alle quali la sua demoniaca astuzia non ha potere. Non all’ombra bensì alle stelle tende le mani l’Imperatrice per non macchiarsi di sangue umano; la Moglie invece cade ai piedi di Barak e si umilia e innalza infinitamente sopra di sé il suo giudice.
 
Un magico potere divide destini intrecciati, voci che terribilmente s’incrociano. La terra si spalanca e inghiotte l’uomo e la sua donna, la casa del Tintore rovina, le grida dei Fratelli riempiono la tenebra, un magnifico getto d’acqua irrompe e la Nutrice, coprendo col suo mantello la fanciulla fata, la pone in una barca lì pronta per incantesimo. 
 

Atto terzo

 
Il mondo degli spiriti si è spalancato e avvolge coloro che sono stati messi alla prova: ma l’ultima prova, la suprema, deve ancora essere affrontata. Davanti all’ingresso del tempio che porta nell’interno della montagna, approda la barca in cui giace l’Imperatrice assopita, la Nutrice ai suoi piedi. Suonano trombe, come per chiamare a giudizio. Destatasi, l’Imperatrice si alza, sale le scale del tempio. Lo sa: l’intimazione riguarda lei.Molto più in basso, sempre nel regno degli spiriti, in un carcere si trovano il Tintore e sua Moglie, divisi da un muro, non sapendo l’uno dell’altra. La voce di uno spirito, con dolce fermezza, li invita a salire.
 
Essi entrano nella regione superiore, tuttora reciprocamente inconsapevoli, ma ognuno pensando con nostalgia all’altro: egli pronto al perdono e di nuovo innamorato, lei sottomessa e innamorata per la prima volta. Nel punto dove escono, ognuno per suo conto dominato dal pensiero di cercare l’altro, trovano la Nutrice davanti alla porta chiusa del tempio. Il Messaggero degli spiriti le impedisce l’entrata. Ella si divora in una rabbia impotente; i due esseri umani, la cui vista è per lei doppiamente odiosa, sono da lei ingannati e spinti con menzogne su una falsa strada, sì che vagando a sinistra e a destra nel recinto del tempio ora meno che mai possano ritrovarsi.
 
Gemendo si chiamano e si cercano e le loro grida malinconiche penetrano nell’interno del tempio, lì dove sta l’Imperatrice e attende il giudizio. Ma chi è colui che presiede il giudizio? È il Re degli spiriti, il padre suo severo? Un velo nasconde la figura. Le coraggiose parole dell’Imperatrice restano senza risposta, a lei arrivano solo le voci dei due sposi che si cercano, e solo un getto d’acqua d’oro s’alza con delicato sussurro: è l’acqua della vita. «Bevi», esclama una voce dall’alto, «bevi e l’ombra della donna sarà tua». Angosciate s’incontrano dall’esterno le voci dei due separati. Le ode bene l’Imperatrice e indietreggia, senza accostare le labbra all’acqua d’oro.Ma ella desidera vedere chi presiede il giudizio che la attende; desidera essere giudicata; vuole il castigo, vuole il suo posto nel mondo umano. L’acqua scende e scompare, il velo si fa trasparente.
 
Su un trono di pietra è seduto l’Imperatore, rigido e pietrificato, solo gli occhi sembrano vivi; angosciato lo sguardo di lui la fissa. Con sordo rimbombo come dagli abissi voci ultraterrene ripetono la sentenza fatale: «La donna non fa ombra, l’Imperatore sarà di pietra ». La statua si fa scura come piombo. Davanti ai suoi piedi zampilla di nuovo l’acqua della vita.Una voce di lusinga risuona dall’alto: «Di’ chiaro: lo voglio – e della donna l’ombra è tua – e si alza costui e torna vivo e cammina con te». In disperato tormento arrivano le voci dei separati: «Non c’è aiuto!» – «Ahimè, la morte!».
 
L’Imperatrice è immobile, in preda a un tremendo contrasto, le parole «No, non voglio!» finalmente erompono appena udibili dalle sue labbra. Così ella ha vinto, come quella donna davanti alla cattedra di Salomone, allorché, dominando se stessa, cedette all’altra il bimbo vivo. Ella ha vinto per sé, per lui che sarebbe restato di pietra per colpa di lei se non avesse vinto se stessa, e per i due esseri umani che col dolore dovevano essere elevati e purificati da un’opaca materialità.
 
Un’ombra netta cade obliquamente sul suolo del tempio, il pietrificato si alza e comincia a scendere i gradini. Esultanti risuonano dall’alto le voci dei bimbi non-nati. Nella gioia si intrecciano tutte le voci, una coppia canta verso il basso la sua esultanza, verso il mondo terreno, l’altra, ricongiunta nell’ascesa, esulta cantando verso l’alto, fraterno arriva il suono di un coro invisibile, nella cui eco il tempio scompare e diventa un paesaggio radioso, che porta nel mondo terrestre – scendono veli a nascondere le figure e arcane risuonano le ultime strofe dei bimbi non-nati che dissolvono l’angosciosa imminenza del dramma:
 
Padre, nulla ti minaccia: ecco, già scompare, madre, l’angoscia che vi traviava. Vi sarebbe mai una festa, se non fossimo in segreto noi gli invitati, e noi pure gli ospiti?
 
 
Hugo Von Hoffmannsthal
 
(Traduzione italiana di Franco Serpa. I versi citati dal libretto sono quelli della traduzione di Olimpio Cescatti.)
CERCALA MIA SCALA
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