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Manon

Jules Massenet

Il mistero della femminilità in musica

Nel romanzo settecentesco dell’abate Prevost, Manon è vista come una rovinafamiglie di facili costumi che possiede tuttavia anche il dono dell’amore. Stranamente, si direbbe. La sua lacerazione interiore nasce dall’essere dibattuta fra la bella vita offertale da amanti vecchi e danarosi e l’amore del suo giovane cavaliere Des Grieux, del cui cuore non riesce a fare a meno. Scivola verso la perdizione proprio perché non fa una precisa scelta di campo fra il benessere materiale e il calore dei sentimenti, fra il lusso frivolo e un’autentica passione. Per volerla colpevolizzare, desiderava troppo l’uno e l’altra. Pretendeva che alle sue orecchie giungessero dichiarazioni strazianti, ma anche preziosi orecchini pendenti. E per questo doppio privilegio della sua bellezza combatteva con astuzia e perfidia. Tradotto in termini mitologici, Manon è l’eterno femminino incomprensibile all’uomo: impenetrabile come una sfinge e incantatrice come una sirena, secondo una celebre suggestione dello scrittore Alfred de Musset.

 

L’occhio che osserva la fanciulla seducente par excellence, in Prevost e in altri commentatori, è indubbiamente maschile – la voce narrante del romanzo è per l’appunto Des Grieux - come avviene per tante altre femmes fatales, da Carmen a Lulu; e, per inciso, accade spesso che, quando l’uomo tenta di scrutare il femminile, si dimostri rozzo, tenda a non capire, ora accecato dalla passione, o dal desiderio di possesso, o dal pregiudizio, o dallo schematismo, e soprattutto da una minor confidenza con la sfuggente, fragile e mutevole materia sentimentale, il cui segreto è prerogativa della cosiddetta altra metà del cielo.

 

La musica ottocentesca di Jules Massenet è tuttavia riuscita a precisare meglio della pagina letteraria il carattere instabile e conturbante di quest’ennesima ‘bella senz’anima’, il cui cuore palpitante, portato per l’amore eterno, convive in modo burrascoso con l’istinto della civetteria e col narcisismo della seduttrice.  E il mistero della femminilità tradotto in musica nasce soprattutto dal fascino impalpabile della lingua cantata francese, portata a suggerire trattenute tenerezze, argute allusioni, sfumature ingenue, ombre d’ambiguità e persino cinismi pronunciati con candore. Un campionario di atteggiamenti psicologici per i quali lo scandito italiano, con la sua pienezza sonora, risulterebbe meno adatto, per non parlare dell’irsuto tedesco.

 

Nell’opera, Manon non ha un suo Leitmotiv, a differenza del suo amante. Il musicista le attribuisce, distribuiti fra frivolezza e passione, tanti motivi musicali differenti, tanti quanti sono i suoi caratteri, le sue tentazioni, le sue mutevolezze, le sue simulazioni. Non che Manon manchi di slancio e di forza, ma di lei ricordiamo sempre questo campionario di sfumature emozionali, di fragranze sentimentali, squisito e raffinato come il mondo francese da cui proviene l’irresponsabile eroina fanciulla. Quell’ideale di femmina per cui molti uomini fortunati continuano a rovinarsi.

 

Franco Pulcini

CERCALA MIA SCALA
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Teatro alla Scala