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Aida

Giuseppe Verdi

Un titolo colonialista?

 

Aida è la storia di un amore impossibile, anche perché i protagonisti appartengono a due popoli nemici, a due classi sociali differenti e persino a due diverse razze (sebbene, molto opportunamente, il libretto non sottolinei quest’ultima diversità).

Il titolo, immensamente popolare, è pertanto quello di un’opera con risvolti politico-sociali, con i quali l’intellighenzia ama a volte cimentarsi in ragionamenti sottili e a volte azzardati. Tra i primi originali commentatori in tal senso vi fu il musicista russo Modest Musorgskij, poco disposto a dichiararsi ammiratore di Verdi.  

Sull’Aida (pronunciata “Aidà”) faceva dell’ironia, poiché in russo ajda!  significa “suvvia!” o “ahimè!”. Del musicista «senatore» Verdi, diceva: «Ha mescolato insieme “Il Trovatore”, e poi “Mendelssohn”, “Wagner” - e, a momenti anche Amerigo Vespucci. Spettacolo prodigioso e insieme di inaudita impotenza nella raffigurazione dei denti affondati nel sangue africano...».

Un’Aida intesa come esempio di espansionismo colonialista europeo del secondo Ottocento e del primo Novecento è a volte avanzata in allestimenti aggiornati degli ultimi decenni. Interessante il dibattito avviato dall’intellettuale palestinese Edward W. Said nel suo libro Cultura e imperialismo (Roma, 1998), fondato su una tesi parallela a quella di Musorgskij: Aida, descrivendo l’antico Egitto con una musica ‘esotica’ che non c’entra niente con l’antichità egiziana, tradirebbe invece una percezione dell’Oriente venata di quella volontà di appropriazione imperialistica tipica del suo tempo.

Naturalmente l’arguta intuizione non trova tutti d’accordo, sebbene l’occasione dell’allestimento a Cairo - per il Canale di Suez - a posteriori sappia molto di colonialismo. Lo storico Paul Robinson, per esempio, osserva che la componente esotico-orientalizzante in Aida è del tutto marginale.

Inoltre la vicenda è nettamente anticolonialista, mettendo in scena un Egitto espansionista e un’Etiopia vittima di una politica aggressiva. Che Verdi avesse maggiore simpatia per gli Etiopi, pare del tutto evidente: basti vedere come rappresenta il clero egiziano nella scena del giudizio, che fa piuttosto pensare all’anticlericalismo italiano dell’Unificazione.

 
Franco Pulcini 
 
CERCALA MIA SCALA
 
Teatro alla Scala