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Quartett

Luca Francesconi

Le relazioni pericolose di Francesconi

 

Avete presente il film del 1988 con John Malkovich e Glenn Close Le relazioni pericolose? Quartett di Luca Francesconi - l’opera in scena alla Scala in prima mondiale dal 26 aprile al 7 maggio – tratta più o meno lo stesso tema: un perverso ritorno di fiamma tra due navigati ex amanti, che ordiscono intricati intrighi sessuali ai danni di terzi, rinfacciandosi con torbido cinismo ogni sorta di bassezze.

Il film deriva a sua volta da un celebre romanzo epistolare del Settecento, il cui autore ha un nome talmente lungo (Pierre-Ambroise-François Choderlos de Laclos), che per comodità lo si chiama semplicemente Laclos. Il soggetto, di singolare crudezza psicologica, ha avuto innumerevoli versioni: un altro film è stato tratto da Milos Forman (il regista di Amadeus), che non l’ha voluto intitolare Le relazioni pericolose come la fonte, ma Valmont, dal cognome del protagonista, un nobilotto parecchio libertino.

Tuttavia la libera versione più agghiacciante, brutale e piena di umor nero (di un testo già in sé terribile), è quella per il teatro dovuta a Heiner Müller (1929-95), artista ribelle cresciuto tra i fili spinati della Germania orientale, probabilmente il maggiore drammaturgo tedesco del Novecento insieme a Bertolt Brecht. Lui l’ha chiamata Quartett e l’ha mandata in scena nel 1982. Un concentrato di spudorate atrocità: le schermaglie distruttive di due belve che ironizzano ad oltranza sull’orlo dell’abisso. Da questa versione, opportunamente ridotta, Francesconi ha tratto la sua opera. Forse, a questo punto, grazie a una musica fra le più impressionanti del panorama attuale, arriveremo al capolinea del soggetto in termini di espressione della cattiveria erotica.

Perché si chiama Quartett un testo con due soli interpreti, sempre intenti a scorticarsi a sangue coi loro inganni d’alcova? Semplice: il testo è spesso una recita atteggiata in cui le due tigri sarcastiche del sesso si fanno il verso l’un l’altro o impersonano le loro vittime: una verginella fresca di collegio e una signora molto pia, entrambe di carne debole. Spesso lo scambio di ruoli viene tradotto sulla scena con travestimenti.

Il visconte Valmont e la marchesa di Merteuil si conoscono talmente bene che si permettono audaci turpitudini fisiologiche, che spesso suonano al confine con la poesia. Con un acume assolutamente acuminato Müller fa recitare ai due amanti inveleniti rosari blasfemi di aforismi, per un testo assolutamente esacerbato, anche se falsamente manierato secondo il costume settecentesco.

Müller narra che scrisse il testo in un periodo in cui sua moglie lo stava tradendo palesemente e forsennatamente. Inoltre disse di non aver tenuto conto del romanzo di Laclos, che in effetti non è molto presente, a parte i nomi dei personaggi e i fatti illustrati.

La cattiveria divorante del testo – ambientato in “un salotto prima della rivoluzione francese” e in “un bunker dopo la terza guerra mondiale” – è reso da due solisti, due orchestre e un coro. Mentre i protagonisti, inscenando la loro recita, si scagliano addosso motti arroventati, il coro ne riprende echi e sillabe. Un’elaborazione elettronica di suoni e spazi amplifica la percezione. Le orchestre rosolano le situazioni a vari livelli: la prima traduce il diagramma delle pulsioni private, la seconda è come un’eco del sociale e del mondo. Francesconi, compositore ben noto a livello internazionale, si può considerare un erede della grande avanguardia (è stato assistente di Luciano Berio). Si è servito della tecnologia dell’IRCAM di Parigi per l’elettronica di quest’opera ambiziosa. La forza espressiva della sua invenzione musicale, pensata in termini complessi e multiformi, colpisce spesso anche chi non segue la musica nuova. Ha raccontato di aver tratto ispirazione anche dal film di Frears, citato all’inizio, a testimonianza di un dialogo che la musica moderna continua a intrecciare con il pubblico.

Da un punto di vista visivo lo spettacolo è affidato ad Alex Ollé de La Fura dels Baus che proietterà la metafora sesso/potere, come ha scritto il musicista “in una dimensione epocale legata alle sorti della civiltà occidentale… su un piano universale”.

 

Franco Pulcini

CERCALA MIA SCALA
 
Teatro alla Scala