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L'italiana in Algeri

Gioachino Rossini

I turbamenti di un turbante

 

Dall’unno Attila - “flagello di Dio” - il cartellone scaligero passa all’arabo Mustafà - “flagel delle donne” – e protagonista dell’Italiana in Algeri, primo autentico capolavoro buffo di Gioachino Rossini, che la musicò in diciotto giorni quando aveva appena compiuto ventun’anni. “Flagel”… si fa naturalmente per dire, perché nella farsesca vicenda il povero sultano viene preso per il naso alla grande da una livornese di carattere, molto abile nel farsi ubbidire dai maschi. E alla fine dell’opera si pentirà di essersi stufato delle donne locali in quanto troppo sottomesse.

Non era la prima volta che il mondo musulmano della poligamia e degli harem entrava nei teatri d’opera europei. Anche Il ratto dal serraglio di Mozart ha un argomento simile. Il tema, da un lato, aveva sempre attirato e dall’altro andava esorcizzato, in questo caso mettendo in caricatura il dispotismo maschile con turbante e babbucce a mezzaluna.

Al giovane Rossini venne affidato un libretto “di seconda mano”, messo in versi da Angelo Anelli, che era già stato musicato due anni prima da Luigi Mosca, compositore ormai dimenticato. E lo fece con un genio tale da spingere i contemporanei a dichiarare l’opera immortale. Non sapevano che subito dopo sarebbe arrivato Il barbiere di Siviglia, destinato a rubare spazi all’Italiana, definita da Stendhal la “perfezione del genere buffo”. Sempre lo scrittore francese parla di “follia organizzata” a proposito del grande concertato finale del primo atto in cui i cantanti si scatenano in un meccanismo di onomatopee (bum-bum, ta-ta, ecc.), che chiunque lo ascolti per la prima volta ne resta immancabilmente elettrizzato.

Alcuni commentatori considerano l’Italiana un’opera “mozartiana”, con particolare riferimento a Così fan tutte. Le due opere, oltre ad altre cose, hanno senz’altro in comune un certo gusto per le allusioni licenziose. Una di queste fu causa di censura nella Milano post-napoleonica (dove l’opera fu replicata alla Scala nel 1815 per quarantotto sere): la celebre cavatina “Cruda sorte” fu sostituita proprio a causa di doppi sensi che si colgono abbastanza bene ancora oggi: “tutti la chiedono, tutti la bramano…”.

Sull’opera è circolata una leggenda, riportata in varie pubblicazioni, ancora legata alla città della Scala. La vicenda dell’Italiana sarebbe derivata da un fatto di cronaca: una formosa signora milanese, tale Antonietta Frapolli-Suini, sarebbe stata rapita con un’amica dai pirati algerini nel 1805, portata alla corte del Bey di Algeri Mustafà-ibn-Ibrahim. Questi si sarebbe di lei perdutamente invaghito, trattandola con inaspettata benevolenza per una donna ridotta in schiavitù. Rimpatriata dopo qualche anno su una nave veneziana, era poi divenuta amante del principe di Belgiojoso e quindi di un altro nobile, Vincenzo Toffetti, che dopo la sua morte si fece frate per la disperazione della perdita ritirandosi a San Remo. Dicono che a cinquant’anni Antonietta ne dimostrasse ancora una trentina. Recita il libretto: “Le femmine d’Italia / son disinvolte e scaltre, / e sanno più dell’altre / l’arte di farsi amar…”. Lei senz’altro.

Il meraviglioso spettacolo di Jean-Pierre Ponnelle, nato a Düsseldorf per Julia Hamari e poi in scena al Met con la Horne, ha avuto la sua definitiva consacrazione alla Scala con la direzione di Claudio Abbado. Un classico rivive grazie ai nuovi interpreti di oggi, che rinnovano la freschezza e il ritmo di una musica che è già in sé spettacolo.


Franco Pulcini

CERCALA MIA SCALA
 
Teatro alla Scala