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Il ritorno di Ulisse in patria

Claudio Monteverdi

Un Ulisse delle Repubbliche Marinare

 

Il pubblico della Scala che aveva assistito due anni fa al meraviglioso allestimento di Robert Wilson de L’Orfeo di Monteverdi – uno spettacolo che lasciava senza fiato per la bellezza e la profondità - attende sicuramente con ansia il secondo appuntamento con la trilogia del massimo autore dell’opera antica. Il ritorno di Ulisse in patria va in scena da lunedì 19 settembre, ancora con la direzione di un maestro della musica barocca come Rinaldo Alessandrini.

Vi saranno probabilmente analogie fra i due spettacoli wilsoniani: così come l’ade della defunta sposa Euridice si materializzava nell’Orfeo con la metamorfosi di un mosaico di pannelli oscuri, l’opprimente reggia-prigione della fedele Penelope si decomporrà nell’Ulisse fino a liberarla alla gioia del riconoscimento del marito.

Sono senz’altro opere diverse, anche perché differente era il pubblico originario: per L’Orfeo, toccante favola pastorale ricca di cori, gli invitati alle nozze altolocate del casato Gonzaga nella Mantova del 1607, per l’Ulisse quello pagante del teatro impresariale intitolato ai Santi Giovanni e Paolo, da poco costruito nella Venezia del 1640.

L’opera pubblica, ideata come impresa redditizia, era nata proprio lì, nella città lagunare del grande commercio, e da soli tre anni! Il pubblico andava invogliato a comprare i biglietti con spettacoli ricchi di scenografie macchinose ed effetti sorprendenti, con storie note e rese interessanti da libretti arguti. Si prediligevano gli spunti di satira e le battute brillanti: nell’Ulisse c’è una celebre frase passata in proverbio: “… un bel tacer scritto mai fu”, pronunciata dalla nutrice Ericlea in dubbio se dire a Penelope che ha riconosciuto il re suo marito per la cicatrice della ferita di un cinghiale. E meravigliava soprattutto, nel brio della recitazione, la varietà del belcanto, che andava dall’originario recitarcantando, anche di genere buffo, alle semplici canzonette, al lirismo alto e severo, alla coloratura aulica tipica degli dèi.

Il testo, dall’ultima parte dell’Odissea di Omero, racconta una vicenda che tutti conoscono: Ulisse approdato sulla sua isola Itaca viene trasformato da Minerva in un vecchio mendicante per poter controllare la fedeltà della sposa e sbarazzarsi di cortigiani, parassiti e pretendenti – i malcapitati Proci - che volevano prendergli il regno attraverso il matrimonio con la sua sposa, presunta vedova. Il lento e accorto svelamento dell’identità dell’astuto sovrano, che si aggira in incognito, avviene sullo sfondo delle trame dei vendicativi dèi greci che si arrogavano il potere di guidare i destini dell’eroe omerico. (Nettuno, dio del mare, per esempio, ce l’aveva con Ulisse perché gli aveva accecato il figlio Polifemo e lo ostacolava pertanto in ogni modo).

Il pubblico della repubblica marinara del Seicento non poteva non entusiasmarsi per il finale approdo in patria del più antico navigatore della storia della letteratura, commuoversi per la fedeltà degli umili al loro signore e gioire per la strage degli sfacciati Proci nella mitica gara con l’arco, cui segue il riconoscimento di Ulisse da parte di Penelope.

All’inizio del Novecento si pensava che l’opera non fosse neppure di Monteverdi, o in gran parte apocrifa. L’unica copia manoscritta che esiste dell’Ulisse è conservata a Vienna ed è purtroppo redatta da un copista. La precisa ricostruzione della genesi dell’opera è stata fatta solo nel 2007 sulla base dei dodici libretti originali manoscritti. È in effetti opera di Monteverdi, anche se nelle riprese degli anni successivi alla prima assoluta del 1640 venne trasformata dai cinque atti originali in un prologo e tre atti, come va in scena ora alla Scala, per quanto gli ultimi due siano accorpati per fare un solo intervallo.

Un’opera che ha oltre quattrocento anni ha dato ai musicologi non pochi problemi di ricostruzione. Si tratta di spartiti con una linea di canto e un basso, da cui si deve ricostruire l’armonia, la strumentazione e aggiungere alcuni abbellimenti al belcanto. Diciamo pure, un’Odissea… Il direttore Alessandrini è massimo esperto in materia, in quanto curatore prescelto della nuova edizione critica delle opere di Monteverdi. L’esecuzione sarà pertanto in buone mani anche per questo motivo.

 

Franco Pulcini

CERCALA MIA SCALA
 
Teatro alla Scala