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Death in Venice

Benjamin Britten

Il racconto, il film, l'opera

 

Sarà vero che “la bellezza è la sola forma dello spirito che i nostri occhi possono vedere”, come si canta nell’opera Death in Venice di Benjamin Britten? Chissà? Certo è che parliamo di un titolo in cui molto si specula sulla vita e sulla morte, sull’arte e la bellezza. E sarebbe un errore interpretarla superficialmente come la scoperta tardiva dell’omoerotismo da parte di un vecchio esteta un po’ represso.

L’opera in scena è tratta dal celebre racconto di Thomas Mann Der Tod in Venedig, scritto cent’anni fa e pubblicato nel 1912. Con una curiosa coincidenza temporale, il soggetto è stato anche utilizzato per il bellissimo film di Luchino Visconti Morte a Venezia, che però uscì nelle sale nel 1971, prima dell’opera, andata in scena due anni dopo, nel 1973. Addirittura Britten, sebbene pensasse da anni a quel tema delicato e decadente, dovette prendere le sue precauzioni per evitare accuse di plagio e conseguenti noie legali: non andò a vedere il film, su consiglio degli eredi di Mann. Naturalmente la critica non poté fare a meno di confrontare le due opere - anche accapigliandosi – entrambe aderenti al racconto, ma anche un po’ differenti: nel film di Visconti il protagonista non è un letterato, ma un musicista, e vi si disciolgono le meravigliose musiche di Gustav Mahler; nell’opera di Britten, oltre a dominarvi la sua musica, il tormentato artista inizia il suo viaggio dalla nativa Monaco e medita con maggiore approfondimento filosofico sull’essenza dell’arte e della bellezza e sul loro reciproco rapporto.

La morte a Venezia parla di un vedovo solitario e scrittore di successo, che aveva passato la sua vita a controllarsi emotivamente alla ricerca di una composta purezza dello stile. Questi si invaghisce (non senza qualche complesso di colpa) della bellezza sconvolgente un ragazzino polacco “dai capelli biondo miele” che passa le vacanze nel suo stesso albergo al Lido di Venezia. Naturalmente è tutta una sua fantasia, perché non gli rivolge mai la parola.

La vicenda era per Thomas Mann a tal punto autobiografica, persino in molti particolari, che, con il successo del racconto, i parenti del bel bambino (divenuto a quel punto l’esimio barone Wladyslav Moes) lo avvertirono: lui confermò che la narrazione era esatta in ogni particolare. Tra l’altro, mentre nel racconto l’oggetto della sublime passione ha quattordici anni, il vero Tadzio ne aveva solo undici. Forse ne dimostrava di più, o forse si trattava di un’età da censurare, alzandola.

A proposito di età, il controllato artista in sospetto di pedofilia si chiama significativamente Aschenbach, ovvero “ruscello di cenere”. Al capolinea della vita, dolente e amareggiato, si ritrova in un ambiente ostile, circondato da italiani untuosi e ipocriti. Lo attorniano simboli di morte, come un vecchio gaudente truccato, cumuli di spazzatura alle fiamme, un vento di scirocco infuocato, odori atroci dei disinfettanti per l’epidemia di colera e persino un ambiguo gondoliere con la sua gondola nera che sembra la barca pronta a traghettarlo nel regno delle ombre.

In questo clima di disfacimento egli vede nello splendore attraente del fanciullo la gioventù dalla quale si sta allontanando nel momento del congedo dalla vita. Come ogni artista assetato di classicità egli coglie disperatamente ovunque riferimenti mitologici e, nella sua allucinazione di artista e uomo di cultura, persino le corse dei bambini sulla spiaggia gli sembrano i giochi olimpici della Grecia antica.

La musica asciutta ed elegantissima di Britten è nutrita di tradizione, anche se originale. L’opera scorre come un film. Il solitario Aschenbach, è stato detto, canta in stile di “pensar cantando”. Il personaggio di Tadzio, che non parla mai nel racconto e non canta nell’opera, è affidato a un danzatore, che impersonifica il fanciullo divino, l’efebo scultoreo dell’ideale amoroso classico. E le sue movenze sono accompagnate da tintinnanti percussioni che fanno pensare a rituali arcaici, magari di tempi ancor più lontani dell’antica Grecia.
 

CERCALA MIA SCALA
 
Teatro alla Scala