Pagliacci - Cavalleria rusticana

Ruggero Leoncavallo - Pietro Mascagni

Soggetto

Cavalleria rusticana

Durante il preludio, a sipario chiuso, Turiddu intona una serenata – una «siciliana» – a Lola, la ragazza a cui s’era promesso prima di andar soldato e che ha ritrovato, al suo ritorno, sposa a compar Alfio, un carrettiere benestante. La scena rappresenta la piazza d’un villaggio nei dintorni di Catania, a destra la chiesa, a sinistra l’osteria di mamma Lucia. Uno scampanio festoso saluta la mattina di Pasqua mentre i cori giocondi dei contadini e delle contadine si ricorrono dai campi e dagli agrumeti.

Santuzza, amante di Turiddu, rosa dal sospetto che il giovane sia tornato a trescare con la sua vecchia fiamma (le hanno riferito d’averlo visto a notte alta presso la casa di Lola), viene a cercarlo da mamma Lucia, che risponde, gelida, di lasciare in pace suo figlio. «Perché lo cerchi fin qui? Turiddu non c’è, è andato a prender del vino a Francofonte », le dice. «Non è vero», replica Santuzza, «non s’è mosso dal paese».
Lucia si turba a questa notizia, intuisce la verità e invita Santuzza a entrare, per parlare più liberamente.  «Non posso entrare in casa vostra», confessa la ragazza, «sono scomunicata». Il dialogo delle due donne viene interrotto dal sopraggiungere di compar Alfio che, accompagnato da un gruppo di compaesani, inneggia euforico alla vita errabonda e libera del carrettiere, felice in fondo d’essere atteso a casa, ogni sera, dalla moglie fedele.

S’aduna intanto sulla piazza la folla per partecipare alla processione pasquale, che si conclude poi in chiesa con la funzione solenne. Santuzza, scomunicata per la sua relazione scandalosa con Turiddu, non può entrare nel tempio: ferma mamma Lucia, che sta per avviarsi, e le rivela, in lacrime, il suo disperato amore per il giovane; egli l’ha sedotta soltanto per consolarsi del matrimonio di Lola, ma il suo cuore è ancora tutto per la sposa di Alfio, che lo ricambia con l’antica passione, tradendo apertamente il marito. Mamma Lucia entra in chiesa, angosciata da un triste presentimento.

Rimasta sola, Santuzza vede avvicinarsi Turiddu e lo affronta: deve essere il momento della chiarificazione, ma lui non vuole ascoltarla. Prima tenta malamente di mentire sulle sue assenze da casa e sui suoi incontri con Lola, poi alle contestazioni incalzanti di Santuzza oppone in crescendo tutto il repertorio dell’arroganza maschile, passando ipocritamente dai toni del fastidio per la «vana gelosia» all’orgoglio offeso e all’indignazione minacciosa per aver dovuto sopportare tanta oltraggiosa ingratitudine. A sua volta, Santuzza passa dalle accorate accuse per la scoperta infedeltà alla rabbia, all’umiliazione e all’implorazione del perdono quando, di fronte al calcolato «giusto sdegno » di Turiddu, ha paura di perderlo.

Arriva intanto Lola, canticchiando provocante uno stornello dedicato a Turiddu. Vedendo i due, s’arresta un momento e chiede a Santuzza, con sarcasmo, come mai non vada alla messa. «Ci deve andare chi sa di non aver peccato», risponde fiera Santuzza.

Entrata Lola in chiesa, riprende il confronto fra i due amanti in una tensione sempre più drammatica tra la finta collera di Turiddu e l’esasperazione di Santuzza, che, alla fine, lancia al giovane un’oscura minaccia: «Bada!». Alla risposta di scherno di Turiddu che s’avvia alla chiesa senza degnarla più di uno sguardo, gli urla la sua maledizione: «A te la mala Pasqua, spergiuro! ».

Quando sopraggiunge compar Alfio, Santuzza, sconvolta, gli svela la tresca di Turiddu con sua moglie.
«Mentre voi correte all’acqua e al vento a guadagnarvi il pane», gli dice, «Lola v’adorna il tetto in malo modo». Alfio l’ascolta con furore contenuto e, quando capisce che Santuzza gli racconta la verità, giura di vendicare il suo onore.

La funzione è finita, la folla esce di chiesa, un gruppo di uomini si sofferma all’osteria. Turiddu invita gli amici a un brindisi pasquale e offre da bere a compar Alfio. «Grazie», risponde Alfio, «ma il vostro vino non l’accetto. Mi sembrerebbe veleno.» Turiddu intuisce e rovescia a terra il contenuto del bicchiere. «A piacer vostro», dice. Sono le scarne parole di un’antica liturgia rusticana. Gli amici ammutoliscono. Alcune comari si fanno intorno a Lola e l’invitano, sollecite, a rientrare in casa. Poi il giovane stringe in un abbraccio Alfio e gli morde, secondo il rito, l’orecchio destro. «Compare, avete il morso buono, ci intenderemo bene a quel che pare», replica Alfio freddamente.

Il rituale della sfida è concluso, l’appuntamento è immediato, negli orti vicini, appena fuori dal paese.
Prima di seguire il rivale, Turiddu invoca la madre, chiedendo la sua benedizione, come il giorno in cui partì soldato. La povera donna non sa rendersi conto di quell’improvvisa commozione ma Turiddu non le lascia il tempo di domandare, dice d’essere alterato dal troppo vino bevuto e la implora, se mai non dovesse tornare, di fare da madre a Santuzza, che resterebbe sola al mondo dopo, che lui l’ha disonorata. Poi la bacia ripetutamente e fugge verso la campagna.

Pochi momenti dopo, il dramma è compiuto. S’ode dai vicoli un indistinto mormorio e subito il grido straziante di una donna che accorre sulla piazza: «Hanno ammazzato compare Turiddu!».

Pagliacci

Prologo

Tonio si presenta alla ribalta ed esorta il pubblico a meditare su un nuovo tema che l’Autore lo ha invitato a proporre: mettendo ancora in scena le antiche maschere della Commedia dell’arte, egli non intende sostenere, secondo la vecchia consuetudine, che i loro sentimenti sono pura finzione senza alcuna rispondenza con la realtà. No, le loro passioni, le loro lacrime possono essere autentiche, l’Autore vuole affermare che l’artista è un uomo e deve scrivere per gli uomini. Il pubblico, dunque, al di là delle convenzioni teatrali, sappia cogliere la profonda umanità dei personaggi che vedrà agire sul palcoscenico. Può essere considerato, questo prologo, comeil manifesto del melodramma verista.
 

Atto primo

La vicenda (ispirata a un fattaccio di sangue realmente accaduto) si svolge a Montalto, un villaggio della Calabria, intorno al 1865. È un caldo pomeriggio di mezz’agosto, festa dell’Assunta.
Su uno spiazzo, alle porte del paese, alza le tende un teatrino da fiera presso il quale s’intrattiene incuriosita la folla a passeggio. Fra squilli di tromba e colpi di grancassa arriva il carro dei comici sul quale Canio tenta, spesso interrotto dal festoso vociferare, di imbonire i presenti, annunciando «a ventitré ore» il grande spettacolo serale.

Intanto Tonio, il factotum gobbo della compagnia, cerca di aiutare Nedda, con galante premura, a scendere dal carro, ma Canio, marito geloso, lo caccia via, schiaffeggiandolo. Tonio giura in cuor suo di fargliela pagare. Qualcuno, fra il pubblico, avanza insinuazioni scherzose sulla galanteria di Tonio verso Nedda: Canio non sta allo scherzo e replica, torvo, che «certi giochi è meglio non giocarli», ricordando che teatro e vita sono due cose diverse. Come marito ingannato sulla scena – dice – è disposto a subire l’umiliazione e a far ridere l’uditorio, ma se Nedda veramente lo tradisse, la commedia finirebbe in tragedia. Poi se ne va all’osteria con un gruppo di amici mentre le campane suonano il vespro, e la folla, seguita da alcuni zampognari giunti da un villaggio vicino, sciama verso la chiesa.

Rimasta sola, Nedda ripensa con inquietudine a quel lampo di gelosia sorpreso nello sguardo di Canio, quasi il marito le avesse letto nel cuore.Quando fa per rientrare, si accorge che Tonio la sta spiando e lo apostrofa con scherno. Tonio le si rivolge ancora una volta con espressioni di galanteria, poi, trasportato dalla passione, le fa una patetica dichiarazione d’amore e infine, respinto dal dileggio della donna, sempre più acceso di desiderio, tenta di abbracciarla e di baciarla. Nedda, minacciando inviperita di riferire tutto a Canio, lo colpisce con una frusta. «Per la Madonna d’agosto, me la pagherai», sibila Tonio, allontanandosi come una bestia ferita.

Nello stesso momento giunge Silvio, l’amante di Nedda, che la esorta a liberarsi una volta per sempre dalla schiavitù della gelosia di Canio, abbandonando il marito quando l’indomani la compagnia leverà le tende e fuggendo con lui. Nedda lo richiama alla prudenza, ha paura di Canio, l’implora di non tentarla e di lasciarle soltanto il ricordo struggente del loro amore ma alla fine, vinta dall’ardente e suadente insistenza di Silvio, cede.

Tonio, non visto, li sorprende e corre ad avvisare Canio, il quale sopraggiunge in tempo per cogliere la promessa di Nedda: «A stanotte, e per sempre sarò tua». Canio s’avventa sulla moglie senza riuscire a scorgere in volto Silvio che fugge, scavalcando un muricciolo, lungo un sentiero campestre. Pazzo di disperazione, levando il coltello su Nedda, Canio le impone, urlando, di rivelargli il nome dell’amante. Nedda gli resiste altera, sfidandone l’ira; Canio sta per vibrare il colpo quando accorre Peppe a trattenerlo: lo scongiura di desistere, la gente sta uscendo dalla chiesa, si rimandi a più tardi ogni spiegazione, lo spettacolo deve cominciare. Occorre simulare, insinua Tonio con gioia feroce. Il «ganzo» tornerà, lui starà all’erta. Il furore di Canio cade improvvisamente, il teatro impone la sua legge, il Pagliaccio cede allo sconforto, alla rassegnazione: «Recitar,mentre preso dal delirio…».
 

Atto secondo

Il pubblico gremisce festosamente, a tarda sera, il baraccone, Peppe sistema le panche per le donne, Tonio invita a prendere posto e Nedda s’aggira per riscuotere l’incasso. Fra gli spettatori è Silvio, cui Nedda raccomanda, furtivamente, d’esser cauto, dato che Canio non l’ha riconosciuto.

Lo spettacolo comincia. Peppe (Arlecchino), Nedda (Colombina), Tonio (Taddeo) e Canio (Pagliaccio) sono gli interpreti della commedia. La scena rappresenta una camera con una tavola apparecchiata, due sedie, una finestra sul fondo. Colombina ascolta rapita la serenata che le fa, da fuori, Arlecchino, quando entra Taddeo che le dichiara il suo amore e, respinto, ironizza pesantemente sulla castità della bella. Arlecchino scavalca la finestra, si appresta a cenare in intimità con Colombina ma prima le consegna un filtro per fare addormentare Pagliaccio, il cui arrivo improvviso è annunciato da Taddeo, sconvolto. Sembra ripetersi, nella definizione teatrale, la drammatica situazione del pomeriggio.

Colombina congeda rapidamente Arlecchino con la stessa promessa d’amore fatta a Silvio: quelle parole del testo risuonano con forza tremenda nel cuore di Canio che, per poco, continua la finzione della recita immedesimandosi sempre di più nel ruolo del Pagliaccio tradito fino a identificarsi completamente col personaggio nel porre sempre più violentemente alla moglie infedele le domande previste dal copione. Nedda-Colombina intuisce l’ambiguità degli accenti di Canio mentre il pubblico segue partecipe la rappresentazione senza sospettare il dramma che si sta consumando sulla scena.

Allorché Colombina implora, secondo il testo, «Pagliaccio, Pagliaccio!», Canio s’abbandona senza più freno all’impetuosa violenza della disperazione («No, Pagliaccio non son») travolgendo poi ogni convenzione teatrale quando, con voce terribile, costringe la donna a confessare il nome dell’amante. Anche il pubblico, adesso, avverte confusamente che qualcosa d’insolito sta avvenendo sul palcoscenico. «Il nome, il nome! », urla un’ultima volta Canio fuori di sé; e accoltella Nedda che cade in ginocchio, invocando il nome di Silvio. Questi si precipita sgomento sulla scena e Canio gli affonda la lama nel cuore.
Tonio si volta verso il pubblico e annuncia cinicamente: «La commedia è finita!».

Pier Maria Paoletti

 

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Teatro alla Scala