Le sale del Museo
ARTURO TOSCANINI
Arturo Toscanini arrivò alla Scala nel 1887, come violoncellista. Quattro anni dopo vi ritornava come direttore di quattro entusiasmanti concerti. E nel 1898 veniva chiamato ad inaugurare la stagione con I maestri cantori di Norimberga di Wagner. Via via esaltato sempre più dal pubblico, predicava ed attuava la piena fedeltà agli autori. Costruì un nuovo modo di ascoltare l'opera non cedendo ai capricci dei cantanti e dando anche alla parte scenica una importanza sostanziale. Fu l'artista che si legò alle due riforme decisive del Teatro alla Scala: quella del 1898, con la gestione di Guido Visconti di Modrone, democratizzando un teatro fino ad allora dominio incontrollato dei proprietari dei palchi, e la trasformazione nel 1921 in Ente Autonomo. Abbandonò l'Italia, in volontario esilio, nel 1929, contro il regime fascista. Nel 1946 tornò, a furor di popolo, nella Scala ricostruita dopo la guerra.

LE SCENOGRAFIE
Salendo al secondo piano del Museo si ritorna, per un attimo, indietro nel tempo. Siamo nella sala delle scenografie e delle memorie storiche legate alla avventura artistica della Scala. Bozzetti, disegni e incisioni dal Seicento all'Ottocento. Al centro la stampa con il Regio Ducal Teatro di Milano. Nei tavoli-vetrine gli Album con le scene del Sanquirico, un campionario di incisioni su disegni del Piermarini per la costruzione della Scala nel 1778, il bozzetto in terracotta del Franchi per il timpano della facciata, il primo sipario di Donnino Riccardi, con l'argomento proposto dal poeta Parini, l'elenco manoscritto dei proprietari dei palchi, il libretto originale dell'opera che inaugurò la Scala nell'agosto 1778, Europa riconosciuta, di Antonio Salieri.

DAL DUCALE ALLA SCALA
Questa stampa su carta di Marc'Antonio del Re mostra l'interno del Teatro Ducale nel 1742. A Milano un teatro fisso esisteva fin dagli ultimi anni del Cinquecento all'interno del Palazzo Ducale nell'ala prospiciente l'attuale via Rastrelli (di fianco a piazza del Duomo). Prese il nome di Salone Margherita per festeggiare la sosta a Milano di quella principessa austriaca che andava a Madrid sposa di Filippo III di Spagna. Una serie di devastanti incendi con successive ricostruzioni porta al Gran Teatro Ducale del 1717. Cinque ordini di palchi, un'aula sontuosa, uno sfolgorio di lumiere e di specchi, stucchi d'oro e d'argento, statue e colonne, sotto la protezione divina di Apollo che domina dagli affreschi del soffitto. Qui verranno rappresentate, tra l'altro, le prime tre opere di Mozart, Mitridate re di Ponto, Ascanio in Alba e Lucio Silla. Ma nella notte del 25 febbraio 1776, sabato grasso, un altro incendio distrusse completamente il teatro; qualcuno vi attribuì carattere doloso. Si decise un'immediata ricostruzione, questa volta al di fuori del regio Palazzo Ducale. I fondi furono rapidamente reperiti tramite l'interessamento dell'imperatrice Maria Teresa. Fu scelta l'area della fatiscente chiesa di Santa Maria della Scala: in soli due anni dal 1776 al 1778 i milanesi riebbero il loro Teatro d'opera: la Scala.

L'ULTIMA SALA
E' l'ultima sala del Museo: una sosta accogliente dopo la visita e la possibilità di piccole occasioni-concerto attorno al pianoforte appartenuto a Franz Liszt, che suonò alla Scala nel 1838. La barca dei comici su cui Carlo Goldoni giovinetto fuggì nel giugno 1721 dagli studi a Rimini verso il teatro, era il capoletto del critico e commediografo Renato Simoni che donò il quadro insieme alla sua collezione di oggetti teatrali e al patrimonio di 37.000 libri e manoscritti che forma la Biblioteca Teatrale Livia Simoni, aperta nel 1954, unica al mondo anche per il nucleo dei manoscritti musicali e documenti già dell'Archivio del Museo. La Biblioteca che negli anni si è sempre più arricchita di volumi sino a raggiungere il numero di 140 mila libri è ora consultabile nella sede di Palazzo Busca, in corso Magenta a Milano.

GIOGHI DI SOCIETA'
Nei ridotti dei teatri, di giorno e di sera, si giocava: a carte, a dadi, alla roulette e altro. E così fu anche alla Scala, fina dalla sua inaugurazione. Già nel dicembre del 1778, a pochi mesi dall'apertura del teatro, l'arciduca Ferdinando d'Austria dovette emanare un editto in cui si vietavanouna serie di giochi d'azzardo; ma le deroghe e le eccezioni furono subito numerose, anche perché gli introiti per il Teatro erano ingenti. Lo stesso Alessandro Manzoni frequentava in gioventù il ridotto della Scala, attirato da quei giochi.Un giorno il poeta Vincenzo Monti lo vide al tavolo della roulette e lo rimproverò. Molto diffusi erano anche quei giochi di società con percorsi a caselle in cui si avanza tirando i dadi, nel tentativo di giungere alla meta evitando tranelli e pericoli tipo il gioco dell'oca, la tombola, il biribissi, il mondo, la lotteria. La tavola da gioco qui illustrata è della seconda metà del XIX secolo è una raffigurazione in 16 caselle, cosmogonica e geografica, un itinerario attraverso terre lontane.




