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Le sale del Museo

PREZIOSE CERAMICHE

Fra i tesori del Museo la scintillante collezione di ceramiche, di diverso pregio ma tutte aventi attinenza diretta con il teatro.
Sono 170 pezzi, quasi tutti provenienti dall'originaria collezione Sambon. Testimonianze della tradizione teatrale, di una comunicazione artistica miniaturizzata. Soggetto ispiratore dominante è la Commedia dell'Arte, con le maschere, i gruppi in movimento, oppure i suonatori raffigurati con la particolarità di strumenti popolari rari o di maschere lanciate nel ritmo della danza. La produzione di porcellane dure in Europa nasce verso il 1710 in Sassonia, a imitazione della ceramica cinese e giapponese importata dalla Compagnia delle Indie.


LE PRIMEDONNE DEL BELCANTO

Siamo nell'empireo del belcanto. Si affacciano alle pareti le primedonne dell'età d'oro di Milano e della Scala. La sontuosa Isabella Colbran (prima moglie di Rossigni nel 1822) ispirata con peplo e lira della Saffo di Mayr: Di fronte Maria Malibran sboccia dal costume color rubino della Desdemona rossiniana, idolo della Scala nelle stagioni 1834-35-36. Giuditta Pasta, ventenne, sospira ai "palpiti" del Tancredi o domina nella maestà sacerdotale della Norma di cui fu la prima interprete alla Scala nel 1831. Nella sala dell'esedra (dalla forma della stanza) ricordiamo anche il busto in marmo del coreografo Salvatore Vigano (1769-1821) che diede nel tempo glorioso delle opere di Rossigni e delle fastose scenografie di Alessandro Sanquirico, il primo segno di grandezza agli spettacoli della Scala.


GIUDITTA PASTA

Una grande cantante, nel ritratto di Gioacchino Serangeli. Lombarda, di Saronno, Giuditta Negri Pasta nasce nel 1797. Nel 1816 sposa l'avvocato Giuseppe Pasta, che è anche tenore nelle due opere con cui Giuditta esordisce a Milano al Teatro Filodrammatici. Milano resterà sempre la radice culturale e affettiva di una cantante che sviluppò la sua arte in tutta Europa. Il suo debutto operistico alla Scala avviene con Norma di Bellini nel 1831: accolta con insuccesso alla prima ( a causa di una sua stanchezza fisica) risorse nelle recite successive. La sua interpretazione, ora estatica ora lunare ora piena di slanci roventi, resterà per sempre nella storia del canto.


NELLA QUADRERIA

Nella Quadreria (come viene chiamata questa stanza) si affollano ritratti di artisti dell'Ottocento accomunati dall'appartenenza scaligera. Al centro il famoso dipinto dell'Inganni con la Scala illuminata dal sole e ancora (siamo nel 1852) affacciata su una via stretta perché solo nel 1858 la sistemazione urbanistica aprì la piazza davanti al Teatro. La parete di destra è tutta verdiana. Un ritratto del compositore eseguito da Achille Scalese, le due mogli Margherita Barezzi e Giuseppina Strepponi, l'impresario Bartolomeo Merelli, che offrì al giovane Verdi il libretto e l'occasione di rappresentare alla Scala Nabucco. Sotto il ritratto di Verdi la spinetta che il suocero Antonio Barezzi regalò a Verdi nel 1832 a Busseto.


GIUSEPPE VERDI

Il ritratto severo di Achille Scalese mostra un Verdi quarantacinquenne, aitante, volitivo, lo sguardo un po' corrucciato spinto lontano. Quante volte Verdi s'arrabbiò con la Scala! Deluso da esecuzioni affrettate, mai contento durante le prove per le luci, per i cantanti, per le messinscene che non corrispondevano alle sue disposizioni precise e pignole. Eppure la sua vita musicale, la sua arte sono legate "indissolubilmente" a questo Teatro dal debutto trionfale di Nabucco e poi (nonostante un'assenza di 24 anni) fino agli ultimi tre grandi capolavori: Simon Boccanegra, Otello e Falstaff


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